Lavorare, un impegno educativo

- Giorgio Vittadini

Una dichiarazione di Giuseppe Bono sulla voglia dei giovani di lavorare offre lo spunto per una riflessione interessante e importante

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(LaPresse)

“Nei prossimi due o tre anni avremo bisogno di 5-6 mila lavoratori ma non so dove andarli a trovare. Carpentieri, saldatori… Abbiamo lavoro per 10 anni e cresciamo ad un ritmo del 10 per cento ma sembra che i giovani abbiano perso la voglia di lavorare”, questo è quanto ha dichiarato due giorni fa Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri. E non è il solo a lanciare l’allarme del mondo imprenditoriale. Un mese fa, Confartigianato parlava di 882 mila lavoratori mancanti, professionisti come analisti e progettisti di software, meccanici, saldatori.
“Nei prossimi anni le imprese italiane avranno bisogno di tecnici altamente qualificati che non si sa bene dove andare a cercare, perché al momento in Italia non ci sono e non verranno formati”, dice il Rapporto “Sussidiarietà e… Pmi per lo sviluppo sostenibile”, aggiungendo che è paradossale che dopo lo sforzo fatto con l’industria 4.0 per fare entrare in azienda i macchinari, non ci sia chi li sappia utilizzare.

Il problema sta veramente solo nella mancanza di volontà dei giovani ? A tal proposito viene in mente il tema di un ragazzo di una scuola professionale, letto qualche tempo fa. Il giovane racconta: “Prima di questa, ero in una scuola che non avrei dovuto frequentare. È stato l’incubo più brutto della mia vita. Non andavo d’accordo con i professori, che mi sembrava non vedessero l’ora che un alunno sbagliasse per infliggergli punizioni. A 14 anni ho deciso di ritirarmi cercando di dare alla mia vita una svolta positiva. Ho cominciato a comportarmi da persona civile. Quasi per caso ho conosciuto la scuola in cui sono ora. Era l’ultima occasione scolastica che mi davano i miei genitori. Qui, in aula, sono riuscito ad apprendere molto grazie alla mia forza di volontà, ma anche grazie ai professori: le esperienze di stage, tutto sommato, sono state piacevoli. Ho chiesto anche di poter fare l’ultimo stage non in officina, ma in un ufficio tecnico. Sono stato accontentato. È stato lo stage più bello e più importante, perché ho trovato il lavoro che fa per me. In ufficio tecnico ho lavorato sul computer con Autocad e mi sono divertito un sacco, eseguendo valvole idrauliche”.
Si potrebbe discutere all’infinito dove sia il cuore del problema, se nelle imprese, nella scuola o, come dice il dirigente di Fincantieri, nei giovani. Alla luce della testimonianza del giovane, il suo giudizio appare almeno incompleto: non tiene conto del fatto che i ragazzi si portano sulle spalle le aspettative di emancipazione delle generazioni che li hanno preceduti. Spinta che li ha portati, in un numero crescente, a finire la scuola dell’obbligo, a cercare di laurearsi (per quanto la quota dei nostri laureati è nettamente inferiore a quella europea), ad aspirare a lavori importanti. E se vanno a fare i camerieri a Londra, anziché proporsi negli alberghi veneti dove non riescono a coprire il fabbisogno, tanto che solo a Jesolo ne mancano all’appello 500 – come denunciato da Federalberghi e Confturismo Veneto – forse è segno che desiderano aprire i loro orizzonti al mondo e non che sono viziati.

Non solo: alcuni pregiudizi di ordine culturale sembrano determinanti nel tenere i giovani lontani dal lavoro. Il primo di questi, che si sta diffondendo da tempo, è una mentalità anti industriale. Come se una giusta preoccupazione per la salute dell’ambiente dovesse, non correggere, ma frenare lo sviluppo economico. Una mentalità massimalista che ha toccato anche il livello istituzionale e che scoraggia i giovani a formarsi per i mestieri richiesti da Bono.

Si aggiunge alla mentalità anti industriale il pregiudizio che vi sia un ambito di studio più dignitoso, come se la dignità dipendesse da quello che si fa. E come se solo lavori di un certo tipo potessero essere gratificanti. Qui sta la ragione per cui chi vuole proseguire gli studi a un livello superiore dopo la maturità, pensa di dover andare per forza in università.

Dal 2010 è possibile frequentare invece anche gli ITS, Istituti tecnici superiori, “scuole di alta specializzazione tecnologica” che formano figure come: tecnici in campo ingegneristico, addetti alla programmazione di macchine a controllo numerico e tecnici per la gestione di robot industriali; operai specializzati; elettromeccanici, come installatori, montatori, manutentori di macchinari. Gli studenti degli Its trovano lavoro in più dell’80% dei casi entro un anno dal diploma biennale.

Acquisire conoscenze e competenze per potere lavorare, oltre ad essere un processo mai finito, così come fare i camerieri, è sempre un fatto dignitoso.
Il terzo problema è il pregiudizio sull’immigrazione Ammesso e non concesso che i giovani italiani non vogliano fare i carpentieri e muratori perché non proporlo agli immigrati giovani fermi a non far niente in qualche centro di accoglienza ?

Questi giovani vanno integrati e formati al più presto. Non risponderanno certo al bisogno immediato di Giuseppe Bono, ma in prospettiva sì. E fa piacere sapere che all’ombra dei riflettori mediatici, tante realtà come AVSI, lavorano a questo scopo.

In definitiva è vero che è cruciale una responsabilità dei giovani nel mettersi in gioco per utilizzare qualsiasi condizione al fine di imparare, capire, crescere. Ma i datori di lavoro che si lamentano perché non trovano giovani disposti a sgobbare, fino a che punto sono disposti a offrire contratti e stipendi adeguati ? Fino a che punto sono preoccupati della loro crescita umana e professionale? Fino a che punto percepiscono la necessità di un impegno educativo per rimuovere i pregiudizi culturali che tengono lontani i giovani dal lavoro anche quando c’è? Tutti noi come loro abbiamo la responsabilità di rispondere a queste domande.

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