Meeting, salvare lo sguardo e il fegato

- Maurizio Vitali

È finito il Meeting di Rimini. Anche dopo quarant’anni, non delude: mantiene lo stesso sguardo nuovo sul mondo

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Mario Schifano all'opera in piazza dell'Annunziata a Firenze nel 1985 (Foto di Marcello Gianvenuti)

Questa poi. Un fiolìn che avrà sei o sette anni che fa lo strillone. Ti propone deciso l’acquisto di un imprescindibile fascicolo speciale. In realtà non è solo. È la mascotte di una gaia brigata di ragazzine più grandi, di 10-11 anni,  che fanno la stessa cosa nel caravanserraglio della Hall Sud. Hanno genitori volontari e hanno deciso di seguirne l’esempio. Liberamente, non da polli di allevamento. Ma perché? Come mai vi è venuto in mente? “Le persone ci fanno un sorriso e noi ricambiamo con un sorriso”.

Questo è Meeting: stupore per qualcosa che accade. Accade, ora, anche per il veterano con stecca di 40 estati di servizio in fiera: produce, e riceve, stupore. Così vive con lo sguardo spalancato del fiòlin e non con il ciglio grave del reduce che borbotta perché si sono persi i veri valori e non è più come una volta. Questa turba multi-età (e ormai anche multietnica) che si aggira e si adopra da queste parti con lieta gratuità è in nuce l’Italia che può tornare a cantare, almeno al mattino quando si fa la barba o quando stira le camicie, e così realizza anche il miracolo economico.

IL Meeting è come la Chimera di Mario Schifano esposta nella mostra Now Now. Una dinamica creativa – in questo senso poetica e artistica – sotto gli occhi di tutti. Che accade sotto gli occhi di tutti quelli che vi partecipano, finendo per stupirli, proprio come l’opera del grande pittore italiano: subissata dai contestatori quando non la guardavano e non la potevano vedere bene, mentre veniva dipinta a terra; poi accolta dal silenzio assoluto della meraviglia quando fu messa in verticale. “Nell’opera si coglie un respiro, una larghezza di sguardo innamorato del mondo” (Giuseppe Frangi). È o non è il respiro e lo sguardo del Meeting?

È uno di quei quadri in cui “ci si vorrebbe tuffare dentro, tanto attraggono per quella dimensione di meraviglia che li costituisce. È la meraviglia da primo sguardo sul mondo”. Quello stesso sguardo del fiòlin che fa lo strillone e che è l’emblema del Meeting che prosegue e prosegue nella storia perché nasce e rinasce ogni volta.

È lo stesso sguardo del terroncino di tre anni venuto su a Milano con il papà e le valigie di cartone, che Jannacci ha cantato in Ohe! sun chì. Estraneo e spaesatissimo; però guarda. Vede le case alte, gli altri bambini giocare appesi al tram sopra i respingenti e allora senza indugio, salta su con loro, e da lì vede una straordinaria giostra di gente, case, nuvole, e impara ad amare la sua città, che ce l’ha dentro negli occhi da quand’era un fiòlin.

Ecco. Il Meeting è come la Chimera di Schifano. O come i respingenti del tram. Che ti fa affrontare il casino con gli occhi colmi di meraviglia e non con il fegato pieno di incazzatura.

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