Caravaggio, delitto e “resurrezione”

- Giuseppe Frangi

Nel 1951 una mostra su Caravaggio a Milano segna un’epoca: quella della riscoperta dell’artista maledetto. Fu una seconda rinascita

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco, particolare (1603), Galleria degli Uffizi

Si può dire senza timor di passare per visionari che Caravaggio era morto nel 1610, ma poi è rinato nel 1951. È quella la data della storica mostra che a Milano, nella sede di Palazzo Reale, consacrò all’attenzione del mondo il genio del grande pittore, fino ad allora poco capito e intruppato tra i tanti artisti più o meno di rilievo del suo secolo. Non fu operazione semplice sdoganarlo, perché Caravaggio si portava addosso lo stigma dell’artista maledetto, che andava metabolizzato entro categorie critiche che ne spuntassero le sue ombre e le sue asperità.

Per questo quella mostra fu il frutto di una vera battaglia. È una vicenda appassionante che è stata ricostruita in un libro appena uscito (Caravaggio 1951, Officina Libraria) da un giovane studioso, Patrizio Aiello, che ha avuto anche la fortuna di poter mettere le mani sulle fotografie dell’allestimento di quella mostra, fotografie che incredibilmente nessuno aveva mai visto. Evidentemente non c’erano molte preoccupazioni di fare battage pubblicistico, in quanto ci si fidava della forza di traino di quel genio riscoperto: in effetti fu così, perché oltre 400mila persone visitarono la mostra, record straordinario per quei tempi, in una città che portava ancora pesanti le ferite della guerra.

Allora non fu evento per specialisti, così ancor oggi riprendere in mano quella vicenda, come questo libro agile ci stimola a fare, diventa occasione per una riflessione: basta vedere la fotografia della facciata di Palazzo Reale, con quel semplice e sobrio striscione, per rendersi conto della forza di una proposta culturale che non aveva bisogno di effetti speciali per essere vincente. Anche le foto riscoperte (alcune scattate dal grande Fedele Toscani, padre di Oliviero) rivelano “l’assoluta non straordinarietà dell’allestimento, che non concede nulla allo stupore dei visitatori”, come sottolinea Giovanni Agosti, nell’introduzione del libro.

Com’è noto quella mostra ebbe un altro mattatore oltre a Caravaggio: fu Roberto Longhi, il più grande storico dell’arte del 900, personaggio geniale e non facile, al quale dopo tante tergiversazioni, il 7 luglio 1950 venne affidata la direzione della mostra. Longhi aveva un’idea precisa di quale fosse l’origine della grandezza di Caravaggio. Un’idea che entrava in conflitto con quella di un altro grande studioso, Lionello Venturi. Longhi era polemicamente distante dalla lettura idealistica e “comoda” che Venturi dava di Caravaggio e che veniva ribadita anche dal suo allievo, Giulio Argan (che Longhi definisce “indecifrabile”).

Nel retrovia della mostra si consumò dunque questa battaglia senza risparmio di colpi, visto che in sede di catalogo Longhi di fatto non tenne in nessun conto i punti di vista del fronte opposto. “Delitto” a cui Longhi stesso sarebbe stato costretto a rimediare parzialmente nella seconda edizione del catalogo: infatti tale fu l’immediato successo della mostra che il catalogo in un mese andò esaurito. Ma è straordinario oggi rivivere la determinazione con cui il grande storico difese quella sua ipotesi interpretativa: per liberare Caravaggio dall’edulcorazione idealistica con cui lo si cercava di rendere meno “indigesto” Longhi andò di spada, per stare ad uno strumento con il quale Caravaggio era molto familiare.

Ma è grazie a questa sua ostinazione battagliera se tutti abbiamo potuto riaprire gli occhi sul genio di Michelangelo Merisi; se la sua pittura è diventata fatto di popolo, come Longhi stesso scrisse in sede di bilancio della mostra. Una mostra che regalò al mondo Caravaggio, il genio antidealista, che si era nutrito del realismo della cultura “periferica” lombarda; regalo di cui siamo tutti ancora infinitamente grati.

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