Conte 2 e Grillo? Ridateci i film di Buster Keaton

- Gianluigi Da Rold

Dopo quasi 25 anni di nuovismo, si vuole riadottare il sistema elettorale della prima repubblica, senza neppure partiti e con i corpi intermedi in disfacimento. Un pericolo

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Il premier Giuseppe Conte con il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (LaPresse)

Dopo l’agosto surriscaldato è arrivato il settembre e l’autunno della tregua? Il rischio di una scelta è tale che le scommesse scarseggiano anche tra i più famosi bookmakers londinesi, che hanno già i loro problemi con la Brexit. Martedì scorso, il Senato italiano ha dato la fiducia al governo Conte-bis o Conte 2 (scelta ardua da decifrare), con una relativa sicurezza nel voto e poche astensioni, nella nuova maggioranza, duramente motivate.

La partita del rovesciamento di coalizione si è conclusa. Dal giallo-verde al giallo-rosso, l’Italia post-ideologica passa con rapidità e disinvoltura per l’establishment, un po’ meno per quello che una volta, senza rifarsi al populismo, si chiamava semplicemente il popolo. Come nel dibattito alla Camera, le contestazioni, le interruzioni e gli insulti tra gli schieramenti sono state ritmate e continue, in un clima da stadio. Si aspettava un dibattito concitato, ma almeno una spiegazione abbastanza ragionata sulla crisi. I sondaggi, che possono valere relativamente, a caldo e in un periodo come questo, spiegano che la maggioranza degli italiani ha compreso poco o nulla di tutto e che esattamente il 55 per cento dei cittadini è contrario a questo governo.

Effettivamente, le immagini televisive di lunedì con il dibattito urlato alla Camera e le parallele manifestazioni gridate in tre piazze di Roma intorno al Parlamento, davano un’immagine più “messicana” che quella di un Paese di radicata democrazia occidentale, anche se questa è evidentemente in crisi sotto diversi cieli. Quindi, persino gli italiani sono rimasti colpiti da questa contrapposta aggressività che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, vuole sostituire con un linguaggio “mite” e rispettoso. Lui, che è il rappresentante, a seconda delle circostanze, del “partito del vaffa” dovrebbe intendersene.

È sembrato anche più spigoloso il dibattito al Senato, con al centro i “duellanti”, tra Salvini e l’avvocato foggiano con la pochette. È probabile che il confronto si ripeterà nei prossimi mesi. Ma, ci sia consentito,“ I duellanti” del romanzo di Joseph Conrad e del film di Ridley Scott sono un avvincente storia d’onore del periodo napoleonico, mentre i nostri “duellanti” sembrano i protagonisti di una scena patetica della drammatica farsa che sta vivendo l’Italia di questi anni.

Bene, Matteo Salvini è per il momento ingabbiato tra i suoi errori e da tutti gli avversari possibili in Italia e all’estero; Giuseppe Conte si è rifatto il look politico con una disinvoltura che sfiora o la sfacciataggine o la nullità intellettuale; Luigi Di Maio resta sempre “giggino” e non merita commenti ulteriori.

Ma le intemerate di tutti gli altri protagonisti della grande drammatica farsa non cancellano la radicata convinzione che il motivo principale sia stato quello di evitare le urne. È vero, come spiega l’acuto Paolo Mieli, che tutto si è svolto nel rispetto della Costituzione, ma quando lo ripete ossessivamente tre volte in un articolo sembra che si richiami a una ironica sintesi latina: “excusatio non petita…” e tralasciamo il seguito. In realtà, schivare le urne era un aspetto della crisi dopo la forzatura di Salvini. Ma unita a questo c’era la “maggioranza Ursula”, eletta per il rotto della cuffia in Europa grazie ai voti pentastellati. Quindi la voglia salviniana di non affrontare una manovra finanziaria che sarà molto problematica. C’è anche il desiderio, tra qualche anno, di un famoso “uomo del pendolino” di salire al Quirinale. Infine, c’è la grande e reale preoccupazione che si profila all’orizzonte, quella che ha spiegato l’ingegner Carlo De Benedetti in un’intervista televisiva a Lilli Gruber.

De Benedetti, patron di Repubblica, era da sempre considerato la “tessera numero uno del Partito democratico”. Ha sorpreso tutti, probabilmente anche la sua famosa intervistatrice. Ha detto che non voterebbe la fiducia a questo governo. Ha messo Giuseppe Conte in testa alla storia del “trasformismo”, malattia italiana certo: ma c’è un limite a tutto, ha aggiunto De Benedetti. Infine il sinistro avvertimento di cui si parla nelle stanze che contano: mentre la democrazia rappresentativa è sotto schiaffo in tutto il mondo, ci sono i sintomi di una crisi economica, una recessione, anche imminente, che può investire l’Italia, l’Europa e il mondo intero, come o peggio del 2008. C’è un eco nelle parole di De Benedetti di alcune analisi di George Soros, fatte a Davos nel gennaio di quest’anno. È forse l’eco di chi vede le grandi destabilizzazioni e magari ci si infila per “fare soldi”, semplicemente, come ammette candidamente Soros.

Ipotizzate queste prospettive è abbastanza difficile governare e soprattutto promettere tutto, su un programma che sta sulle nuvole e che promette tutto e il contrario di tutto. Inoltre, in Italia, un programma tra forze politiche che si sono “gioiosamente” insultate per anni. E l’accostamento tra crisi della democrazia rappresentativa e crisi economica è l’intreccio di un incubo di destra che si affaccia da anni.

Ora, al momento, qualcuno può anche tirare un sospiro di sollievo, può essere pure fiero degli incarichi europei di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, di Paolo Gentiloni, commissario all’Economia sotto la tutela del duro lettone Valdis Dombrovskis, dell’esperienza europea del nuovo ministro italiano all’Economia, Roberto Gualtieri. La collaborazione con l’Unione Europea, in un clima più tranquillo, è giusta, basta che non diventi corresponsabilità in decisioni importanti. Non sarà semplice. Ma c’è un aspetto ugualmente preoccupante su questo sfondo economico, dove ormai circolano i numeri della decrescita (per nulla felice) e presto arriveranno ancora una volta i conti (con la relativa valanga di derivati che nessuno ha il coraggio di pronunciare) delle banche. La preoccupazione è il contraccolpo politico che molti aspettano in Italia e non solo.

Il premier Conte, che promette anche un “governo costituente”, si è subito infilato, in accordo con gli alleati, in una riforma elettorale che riporterebbe l’Italia al proporzionale puro: quello della “famigerata” prima repubblica. Motivo dichiarato: rappresentatività autentica, alla faccia del dimenticato e giubilato Mariotto Segni. Motivo reale: come contenere il probabile successo della Lega. Forse qualcuno non ha ancora compreso che la democrazia non si difende con gli sgambetti e con le mistificazioni. La democrazia si difende con i programmi riformatori reali, con la difesa dei diritti individuali, con un sistema economico che funziona e garantisce lavoro, con un’equità che assicura una giustizia sociale tollerabile e si oppone alle diseguaglianze selvagge di questi anni. In genere la politica è capacità di muoversi a breve, di azione e di visione. Per alcuni teorici era un’“arte”, per Max Weber era addirittura il “Beruf”, una vocazione.

La prima repubblica è stata, per luogo comune, molto cattiva e instabile, ma ha portato l’Italia nel G7. Dopo quasi venticinque anni di nuovismo, si adotta il sistema elettorale della prima repubblica, senza neppure partiti e corpi intermedi in disfacimento. Siamo alla farsa, alla drammatica farsa italiana. Altro che sospiro di sollievo. Ma c’è ancora qualcuno che guarda alla realtà? O dobbiamo vivere nella bambagia, tra i salti di Beppe Grillo? Per favore, ridateci i film di Buster Keaton.

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