L’isola che non c’è

- Pietro Marzano

Dove la scuola assomiglia al parcheggio di un centro commerciale le vite dei giovani vengono riassorbite dal contesto sociale e si perdono. La sfida del Sud

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Nel carcere minorile di Nisida (LaPresse)

Alcuni giorni fa, sulla stampa locale, un giovane trentenne napoletano ha condiviso la sua gioia per un traguardo importante. Dopo qualche anno di lavoro a Spaccanapoli, nella sua pizzeria aperta da poco, si appresta  ad avviare una nuova sede a Milano. Alle spalle non ha cognomi di richiamo o tradizioni centenarie ma un passaggio per Nisida, l’isola che non c’è dei ragazzi con qualche eroe alle spalle, dove a volte i percorsi difficili prendono svolte ai confini del miracolo. Lì ha incrociato la sua nuova vita, le sue nuove competenze, le sue nuove motivazioni.

La forza e l’energia che un tale salto presuppone sono facilmente intuibili. Abbandonare una visione del mondo come luogo di conflitto e tramutarlo in un’occasione di affermazione e protagonismo positivo è la vera svolta, dettata dalla motivazione personale e dalla formazione ricevuta. Un abbrivio che si imprime ad un percorso di vita complesso solo quando si riesce ad esprimersi con nuovi strumenti, virando l’esistenza propria verso traguardi nuovi ed inattesi. 

Le periferie geografiche e culturali in cui vive una gran massa di ragazzi del Mezzogiorno, origine del nostro nuovo piccolo imprenditore, assomigliano però a stampi industriali in cui colare la materia grezza di ragazzi che, pieni di energie, sogni e speranze, si coagulano in personalità irrisolte e conflittuali, spesso non dotate delle caratteristiche necessarie ad esprimere se stessi ma destinati solo ad assomigliare a ciò che li circonda. 

Questa materia viva preziosissima conserva però la capacità di rimodellare se stessa quando è messa nelle condizioni di trovare nuove forme di espressione, nuove competenze e nuovi stimoli. 

I ragazzi non sono altro che se stessi ad ogni latitudine e sono in grado di assorbire e restituire estesamente ciò che ricevono prendendo la forma di ciò che li circonda. Materia prima nobilissima, duttile e malleabile, metallo preziosissimo che può reinventarsi se trattato con cura ed attenzione. Una cura che manca perché manca una visione propositiva e positiva che guardi alle periferie, culturali e geografiche, del Mezzogiorno come ad un giacimento da sfruttare e non come un luogo da evitare. 

In quelle aree la scuola spesso assomiglia ai parcheggi di un centro commerciale, un posto in cui tenere fermi ed allineati  per qualche ora i ragazzi, con la speranza che non si urtino tra loro e non facciano danni, nel mentre la vita scorre altrove. Le ore che devono passare a scuola non hanno alcuna relazione con il loro domani, le nozioni che ricevono non li mettono in condizioni di espandere la consapevolezza di se stessi e la loro personalità, il titolo di studio che conseguono non apre le porte del lavoro e dell’impegno sociale. Anzi, il misto di tutto ciò li indirizza altrove, verso modelli culturali e comportamentali più attrattivi e immediatamente efficienti, riportandoli nel solco della tradizione del luogo, geografico o culturale, in cui le loro esistenze si esprimono. Perciò diventa ininfluente il tempo trascorso sui banchi, mancando un qualsiasi nesso di causa/effetto tra quel tempo ed il loro futuro. E le battaglie dei docenti perdono ogni efficacia se il loro lavoro non porta a deviare in senso positivo quello che sembra un percorso obbligato non appena la campanella chiama il libera tutti.

In quelle periferie serve portare nuova linfa, nuove energie e risorse, attivando una filiera lunga che dia ai ragazzi una prospettiva personale e professionale visibile e raggiungibile. Agganciare i percorsi di formazione al lavoro, offrire occasioni di crescita facendo fisicamente uscire dai quartieri i ragazzi, stimolare la loro creatività mettendo a disposizione siti e professionalità anche durante i lunghi pomeriggi ed i week-end, creando degli aggregatori fisici e culturali in cui possano sentire di essere al sicuro e protagonisti volontari della propria vita, non automezzi parcheggiati.

In questo possono tanto le esperienze del terzo settore e le sinergie che si possono e devono creare tra i diversi agenti pubblici e privati della formazione. Unire i puntini, spesso troppo distanti, tra le diverse agenzie della cultura e della formazione per creare un disegno unico e comprensibile da operatori e ragazzi sembra l’unica possibilità per ridare forma, speranza e futuro ai tanti ragazzi che vivono ai margini della società e del loro futuro. 

In questo il Mezzogiorno dimostra di essere la vera sfida per il Paese, il bacino da cui estrarre la materia prima di una società futura solidale e concreta che dia nuova forma ai sogni dei ragazzi e renda sempre meno forte quel contesto ambientale che li vorrebbe tutti omologati e disponili a ripercorre i profondi solchi dell’esclusione sociale. Un Mezzogiorno nuovo che impari da Nisida, ma che non debba più soffrire gli errori che portano i ragazzi sull’isola che non c’è.

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