Cospirazioni ed esche digitali

- Fernando De Haro

La disinformazione che genera cospirazioni e notizie spazzatura è vitale per il guadagno economico dei media online

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LaPresse

Non c’è bisogno di credere che l’uomo non è mai arrivato sulla luna, o che Hillary Clinton ha diretto un traffico di bambini da una pizzeria di Washington, per essere consumatori di disinformazione cospirativa. La cospirazione non è solo un prodotto per suprematisti bianchi statunitensi, coinvolge la sinistra e la destra, ed è molto vicina a ciascuno di noi, ora che la intermediazione della informazione sta sparendo a passi giganteschi.

Vi sono cospirazioni ad alta e bassa intensità, dal cosiddetto Piano Kalergi, che spiega la immigrazione come un complotto per indebolire la razza europea con immigrati africani, ai presunti progetti del potere politico e finanziario diretti a trasformare in pure colonie gli Stati europei. Se i partiti salgono o scendono, se si formano o distruggono governi, se l’economia minaccia di rallentare e le Banche Centrali non prendono una decisione sul prezzo del denaro, è sempre più facile pensare a una cospirazione che accettare semplicemente la complessità della realtà, le diversità presenti nel mondo e che noi, i consumatori della (dis)informazione, abbiamo paura. “E’ per noi più facile accettare una teoria della cospirazione nella quale qualcuno regge le fila, perché la realtà … la realtà è molto più caotica e rischiosa ed è molto difficile accettare una cosa così” spiegava qualche mese fa la professoressa Kate Starbird, Università di Washington, in occasione di uno di quegli eccidi purtroppo così frequenti negli Stati Uniti. La ragione abdica e diventa rinunciataria di fronte alla diversità di un mondo della quale spesso non si ha la chiave.

La disinformazione ha senza dubbio una valenza strategica e un buon esempio viene dall’uso che ne ha fatto la Russia. All’inizio dell’estate Bruxelles ha accusato Mosca di essere dietro una campagna di questo tipo con obiettivo le elezioni europee. Tra gli altri elementi, venne usato anche l’incendio di Notre-Dame per dimostrare la decadenza dei valori occidentali e cristiani nel Vecchio Continente. Richard H. Shultz e Roy Godson, già a metà degli anni ’80, studiarono il fenomeno della disinformazione sovietica nel loro lavoro Dezinformatsia.

Dietro la disinformazione, accanto a quelle strategiche, vi sono anche motivazioni ideologiche. Per esempio, alcuni siti web che alimentano le teorie cospirative statunitensi, come Infowars.combeforeitsnews.com beforeitsnews.comnodisinfo.com e  veteranstoday.com, hanno un obiettivo ben definito. In altre occasioni si tratta di qualcosa di più elementare e meno ambizioso: l’obiettivo è semplicemente ottenere traffico e numero di visite sufficienti per finanziare un sito in internet. L’ultimo rapporto della ONG internazionale Global Disinformation Index (GDI) sottolineava il fatto che i siti web di disinformazione generano introiti per circa 235 milioni di dollari all’anno, grazie agli investimenti in pubblicità delle imprese.

GDI distingue tra informazione poco accurata e informazione scorretta. Nella prima categoria potrebbe essere incluso il fenomeno del clickbait (acchiappaclick), che interessa tutti i media, perfino i più rispettabili. Il clickbait sfrutta la parte più oscura che è in tutti noi e che cerca “dati spazzatura” di facile consumo, si lascia prendere da una curiosità pettegola compiaciuta da ciò che è irrilevante, inesatto o apertamente falso, in grado di collegarsi a qualche nostro istinto più elementare. Consumiamo clickbait come chi ascolta conversazioni proibite, chi si sente sollevato perché si sta occupando di qualcosa che sa non essere sostanziale, o si sente profondamente inserito in un gruppo perché complice di una menzogna. Così, ci sentiamo soddisfatti da un’informazione politica, anche se con un livello scarso di veridicità, se ci conferma nelle nostre idee e non è molto profonda.

Internet ha ceduto a questo tipo di prodotti che, senza essere disinformazione o fake news, consente di generare entrate molto sostanziose. Bernie Sanders, che si ripropone come candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, ha pubblicato qualche giorno fa su The Guardian un interessante articolo nel quale accusava i media di essere diventati una fonte di pettegolezzi e di produzione di clickbait. Sanders fa presente che negli Stati Uniti, negli ultimi 15 anni, 1400 comunità hanno perduto i loro giornali locali. La mediazione informativa che seleziona ed elabora le notizie richiede specialisti e soldi, così, scrive Sanders, due colossi della Silicon Valley, Facebook e Google, controllano il 60% del mercato pubblicitario digitale. Il candidato alla Casa Bianca ricorre ai vecchi argomenti della sinistra contro la concentrazione delle grandi società che, alla fine, sono quelle che finanziano la produzione di notizie.

Per andare contro la teoria della cospirazione è bene non cadere in altre teorie cospirative, tuttavia i fatti sono evidenti: nel mondo digitale, perfino nei media che meritano la nostra stima, il pettegolezzo e le (dis)informazioni sulle cospirazioni si mescolano con ciò che ancora rimane del giornalismo. Il modello dell’informazione del secolo XXI è ancora da definire, se pur è rimasto un modello. Noi lettori potremo essere sempre coscienti che la realtà è molto più complessa delle nostre paure e delle nostre semplificazioni. Noi lettori potremo essere sempre coscienti che la realtà non si piega agli interessi ideologici o alle necessità (legittime) di finanziamento.  



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