Veramente il nemico era alle porte?

- Antonio Napoli

Salvini non è il fascismo: etichettarlo e “raccontarlo” in questo modo è stato un grave errore della sinistra

saviano sofri salvini
Matteo Salvini (LaPresse)

Ora che il “pericolo” è passato, credo che sia arrivato il momento di discuterne in maniera più serena. Il pericolo di cui parlo è quello dell’incombente ritorno nel nostro Paese del fascismo. Rischio evitato grazie alla nascita – nel cuore dell’estate – di una nuova maggioranza e di un nuovo governo, che ha ricondotto l’Italia sui binari di una normale  democrazia parlamentare e di una più tradizionale collocazione internazionale.

Probabilmente il credito così acquisito dal nostro Paese non solo ha risolto il nodo del nuovo commissario europeo ma ci consentirà di gestire i prossimi mesi senza stress.

Non ha molto senso ripetere i motivi per cui le due principali forze che si sono opposte alla richiesta di nuove elezioni avanzata da Salvini, e cioè il Pd e il Movimento 5 Stelle, si sono spinte fino a stringere un’alleanza strategica che solo qualche giorno prima – basta rileggere il dibattito alla Camera del 7 agosto – era esclusa categoricamente.

Mi interessa invece tornare su un aspetto che continua ad essere centrale nel ragionamento di chi, cambiata posizione repentinamente, ha rivendicato giustamente la paternità della scelta che ha condotto al Conte-2.

Mi riferisco a Matteo Renzi e al mondo dei #senzadime. Per mesi essi hanno agitato lo spettro dell’alleanza con i 5 Stelle con argomentazioni così nette da lasciare immaginare – forse allo stesso Salvini, traendolo in inganno – che mai e poi mai si sarebbero prestati a futuri accordi.

Il ragionamento che Renzi e i suoi hanno più volte ripetuto in questo mese è il seguente: fermare Salvini, togliergli la responsabilità del ministero dell’Interno, bloccare le continue polemiche con gli altri paesi europei, mettere fine alle disumane politiche sull’immigrazione, era diventata la priorità assoluta. E poiché concedere le elezioni anticipate avrebbe significato consegnargli una vittoria sicura, ciò andava evitato in ogni modo, anche a costo di allearsi con il diavolo.

I sondaggi di questi giorni ci dicono che la vittoria di Salvini non sarebbe stata poi così scontata. Il consenso verso la Lega è in calo rispetto ai mesi successivi al voto europeo, colpa anche del modo con cui Salvini ha determinato la caduta del governo. Questo vuol dire che non era scontata la sua vittoria e si poteva anche sostenere una battaglia elettorale aperta e coraggiosa.

Il punto è esattamente questo. Veramente il “nemico era alle porte”? Non era più corretto chiamare gli elettori a pronunciarsi su un passaggio così delicato della vita del paese?

Io penso che aver evocato lo spettro del fascismo sia stato un errore grave.

In primo luogo perché Salvini non è il fascismo. Il fascismo è una forma specifica di nazionalismo, era un movimento armato che usava sistematicamente la violenza, un regime reazionario di massa sorto oltre un secolo fa, con connotati precisi che quelli della mia generazione hanno studiato, discusso e approfondito per anni. Senza scomodare le Lezioni sul Fascismo di Togliatti e le straordinarie pagine sulla “rivoluzione passiva” nei Quaderni di Antonio Gramsci, o il lavoro di storici come Renzo De Felice, nessuno della nostra generazione accetta di banalizzare un tema di tale complessità e importanza. Suggerirei ai più giovani di leggere il bellissimo libro di Antonio Scurati su Mussolini. Sono pagine utilissime per capire in profondità il clima dell’epoca, i drammi personali, le condizioni sociali, economiche e culturali del nostro paese e dell’Europa che resero possibile l’affermazione del fascismo negli anni 1919-1924. La mia opinione è che si è compiuta una forzatura, che se non corretta, avrà delle conseguenze.

In secondo luogo si è contribuito in questo modo a dare un’errata valutazione dello stato della nostre istituzioni. La nostra democrazia è molto forte. Dispone di anticorpi sufficienti per bloccare derive autoritarie. Non corriamo alcun pericolo. L’uscita di scena di Salvini – così naturale, senza inutili tensioni, senza conflitti – sta lì a dimostrare che non vi erano progetti pericolosi, marce su Roma o “arsenali” nascosti da scoprire.

Infine questa enfasi sulla situazione di pericolo ha prodotto un forte spostamento a sinistra del Pd, ben al di là di quanto fosse ragionevole auspicare dopo le batoste subite nel biennio 2016/2018. Ne è riprova l’impianto programmatico del nuovo governo, dove il Pd ha rinunciato ad affrontare, come dovrebbe fare una forza riformista, i nodi più importanti. Alla lunga questa impostazione provocherà delusione e aprirà serie contraddizioni con mondi importanti del paese, soprattutto quelli che lavorano e producono.

Il mio consiglio è quello di compiere una correzione sostanziale nel giudizio su Salvini: egli ha commesso degli errori politici, ha dimostrato di non avere avuto il giusto rispetto delle istituzioni, ma non è l’artefice di un progetto anti-democratico. Non è il nuovo fascismo.

Bisogna tenerlo a mente, soprattutto ora che bisogna unire il Paese e dimostrare agli italiani di avere la forza di governare.

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