2020 anni e un destino buono

- Giuseppe Frangi

Una figura di giovane uomo, vertiginosamente longilinea, del III secolo a.C. ma anticipatrice di Giacometti, Le Corbusier e Camus. E di quello che sempre vogliamo

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L'Ombra di San Gimignano, particolare

Impossibile non restare a bocca aperta davanti a questa piccola scultura di bronzo clamorosamente riemersa dagli scavi in una necropoli a San Gimignano. È una figura di giovane uomo, vertiginosamente longilinea, che è stata presentata al pubblico per la prima volta, a restauro finito, lo scorso novembre. È stata ribattezzata “Ombra di San Gimignano”, per far eco ad un’altra celebre scultura etrusca, ritrovata già nel 1700 e che Gabriele d’Annunzio aveva suggestivamente ribattezzato “Ombra della sera”, proprio per quella sua natura affilata che aveva inevitabilmente stregato un grande del 900 come Alberto Giacometti.

Ora riaffiora il “fratello” di quella scultura celebre: ugualmente di bronzo, ancora più slanciata con i suoi 64 cm di altezza contro i pochi centimetri di circonferenza. L’“Ombra di San Gimignano” non è affatto un’ombra: rappresenta un uomo, evidentemente morto in giovane età. Ha un volto che potrebbe essere quello di un giovane di oggi, con i capelli ondulati e uno sguardo profondo che scruta davanti a sé. Indossa una toga, che disegna pieghe molto eleganti e che gli lascia libera una spalla. È un giovane “offerente”, come dimostra la patena che tiene in una mano e soprattutto come rivela l’altra mano che sbuca stupendamente dalla toga, a palmo aperto e rivolto verso l’esterno: una mano che richiama il motivo più volte replicato nelle sue architetture dal grande Le Corbusier.

Ci sono elementi, come i calzari indossati dal giovane, che fanno pensare ad una datazione intorno al III secolo avanti Cristo. Quindi oltre duemila anni ci separano da lui; oltre duemila anni, ma è come non avvertirli.

Lui infatti cammina, proprio come il più celebre ed emblematico capolavoro di Alberto Giacometti. Cammina con un passo che sentiamo nostro, uomini pronti ad affrontare un nuovo anno, con attese e desideri che non sono diversi da quel giovane ritornato alla luce dalla terra dove è rimasto custodito per tanti secoli. Commuove pensare alla permanenza della condizione umana, emblematizzata da quella sagoma che si fa sottile, come ridotta all’essenziale, quasi a voler solcare l’imperscrutabile interstizio che separa la vita dalla morte. Commuove quella mano sulla quale chi ha plasmato questa scultura ha voluto porre un accento particolare dilatandone le proporzioni: una mano che parla di un’attesa, di un volersi affidare ad un destino buono capace di abbracciare la vita come la morte.

Nel libero fluire dei pensieri e delle letture di questi giorni di passaggio da un anno all’altro, ho legato l’immagine del giovane di San Gimignano ad alcune pagine de Il primo uomo, il meraviglioso libro postumo di Albert Camus (di cui a giorni ricorrono i 60 anni dalla morte). Lo scrittore racconta del protagonista, arrivato davanti alla tomba del padre, morto quando lui era appena bambino (un richiamo autobiografico). Scrive Camus: “Non restava ormai che quel cuore angosciato, avido di vita, ribelle all’ordine mortale del mondo, che lo aveva accompagnato per 40 anni e continuava a battere con la stessa forza contro il muro che lo separava dal segreto di ogni vita, con la volontà di andare oltre, di sapere, sapere prima di morire, sapere finalmente per essere una sola volta, un solo secondo, ma per sempre”.

Un desiderio di “sapere” che, possiamo immaginare, palpitasse uguale nel cuore dell’Ombra di San Gimignano. E che palpita al fondo di ogni cuore. Buon 2020 a tutti.

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