C’è aria di rivolte

- Pietro Marzano

Il governo appare nel caos e nell’attesa fatalistica e impotente della seconda ondata. Tutte le misure anticrisi sono ferme

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Giuseppe Conte in primo piano, davanti a lui i ministri Sergio Costa e Roberto Gualtieri (LaPresse)

Lo smarrimento che balugina nello sguardo di troppi esponenti del Governo Conte tradisce la sensazione che stia accadendo l’impensabile, come se fosse ancora marzo. In realtà non vi è alcuna presunta emergenza, poiché da mesi era prevedibile una seconda ondata e nulla può giustificare la sostanziale inazione estiva. Mentre ci si appresta leggere i nuovi Dpcm, che oramai hanno il profumo di un lockdown in embrione, lo stato di avanzamento dei lavori di riforma della Pa, di avvio delle opere strategiche, della soluzione delle crisi industriali, è fermo a mesi fa. Ovvero delle mere intenzioni che tuttora non hanno trovato uno sfogo reale nella vita del Paese.

Stati generali, task force, super consulenti e accordi europei sono solo titoli di giornali e slide ingiallite che si accumulano su qualche scrivania. I provvedimenti adottati nella fase emergenziale per supportare l’economia hanno esaurito ogni minimo effetto e la ripresa auspicata, scommettendo su di un autunno normale, rischia di essere compromessa. Ma il Governo non decide e non assume una posizione nitida su temi specifici, costringendosi ad inseguire la indicazioni del Cts, di cui diviene un mero ammennicolo.

Le rivolte di piazza di Arzano, il paese in provincia di Napoli messo in lockdown dal commissario prefettizio, rischiano di divenire un antipasto della rivolta sociale che il Mezzogiorno potrebbe esprimere se la crisi continuerà senza possibili vie di uscita, imponendo a cittadini ed imprese un’inedia mortifera. La ribellione nasce non dal disprezzo per la salute e le regole, ma dalla percezione che chiudere tutto sia un diniego di responsabilità, una soluzione che prende atto dell’impotenza senza neppure la speranza che si possa riprendere in futuro in condizioni migliori.

Mancano le annunciate rivoluzionarie decisioni che avrebbero portato equità e sviluppo nel Mezzogiorno, i commissari straordinari, l’apertura dei cantieri o la diversa ripartizioni di fondi.

Ancora oggi i fondi per gli asili sono riportati sulla spesa storica, e Biella ha ricevuto gli stessi soldi di Napoli. Come se avessero lo stesso numero di bambini, mentre è evidente che i bambini di Napoli hanno semplicemente meno diritti di quelli di Biella. Una cittadina che ha meno abitanti di un quartiere di Napoli e che in termini assoluti è un ventesimo della popolazione della terza metropoli italiana.

Anche gli annunciati sgravi sulle assunzioni di disoccupati e donne sono poca cosa, non perché non servano ma perché si inseriscono in un’economia ancora asfittica e assediata dalla criminalità. Nei giorni scorsi è emersa la storia di un imprenditore della ristorazione della provincia di Napoli che, dopo aver denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori, ha chiuso tutto ed è andato in Gran Bretagna a lavorare.

E tutto ciò accade oggi, in questi giorni. Non è la narrazione del passato ma la cronaca del presente.

Cosa intendano fare le forze di maggioranza è il vero tema di queste settimane. Se vogliono tenere in vita l’esperimento Conte, condannandosi con esso ad essere travolte dall’inazione, o se avranno la forza di guardare ai cittadini ed alle imprese e di porsi come interlocutori reali dei lavoratori, delle famiglie e degli imprenditori, imponendo un cambio di passo.

Ai cittadini, ormai stanchi di Dpcm, serve un accordo politico che parta dalle loro esigenze e che ritrovi il senso di una sfida anche culturale ai mali antichi che riemergono come sempre.

Avviare subito le opera strategiche nel Mezzogiorno, riequilibrare la spesa su sanità e scuola, velocizzare la Pa, investire sulle reti strategiche, sulla logistica. Tutte cose note, ma che si perdono per carenza di volontà politica.

La seconda ondata rischia di travolgere il Governo con estrema rapidità e di mettere a nudo la fragilità dell’accordo tra i partiti di maggioranza aprendo la strada a soluzioni più ampie che avrebbero però il limite di orizzonti brevi, posticipando le decisioni e amplificando la crisi.

Il rischio è che tutto si fermi e che il Governo impatti sulle barricate nelle strade. La mancanza di sintonia e di empatia con il Paese, che nella fase acuta iniziale ha dato fiducia al Governo, è evidente. O la maggioranza farà delle scelte strategiche reali, concrete e rapide sul Paese, la Crisi ed il Mezzogiorno o si liquefarà come la spuma della risacca, alla fine della seconda ondata.

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