Le ragioni che contano più della scienza

- Fernando De Haro

La ragione morale, quella che genera evidenze su chi siamo, sul significato del nostro io, è quella che deve operare con più urgenza in questo momento

Covid Londra
Londra, regole strade per emergenza Covid (LaPresse, 2020)

La seconda ondata del virus, che si sta già espandendo per tutta l’Europa, si scontra con la stanchezza. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie aveva registrato a metà settembre 2,3 milioni di contagiati nel Vecchio Continente, adesso sono quasi il doppio. Nella prima ondata c’è stata responsabilità nell’accettare un duro isolamento, fiducia non nei politici bensì nel personale sanitario e nel resto della società. C’è stata una solidarietà spontanea. Adesso appaiono, con molta più rapidità, irritazione e reazioni individualiste. Lo sa bene chi lavora negli ospedali, lo segnalano i sondaggi. Ciò è particolarmente evidente in Spagna, dove si è usciti malamente dal lockdown, vi è stato a malapena un passaggio tra la prima e la seconda ondata e la polarizzazione politica continua a crescere.  

È sicuramente inevitabile che accada qualcosa del genere. Per quanto si fosse coscienti che sarebbe stata una questione lunga, ci si era immaginato un suo finale, un momento in cui tutto sarebbe finito. Certamente non ha aiutato l’espressione “nuova normalità”, che ci ha spinto a porre limiti temporali. Stranamente, ora quasi non si parla di ciò che abbiamo imparato e di come sarà il mondo dopo la pandemia. Molte delle energie iniziali sono sparite, ma ciò di cui abbiamo più bisogno sono le ragioni, di carattere morale, su cui si fondano queste energie.  

Si sono fatti progressi nella conoscenza della diffusione e della risposta medica, ma al momento di chiarire come convivere con il virus nel modo meno dannoso possibile, la ragione scientifica continua a non trovare certezze. A partire da un determinato grado di incidenza, se la capacità di tracciamento viene superata solo gli isolamenti sono utili a frenare il contagio. È la tesi dell’Oms e di buona parte della comunità medica. Tesi confutata dalla Dichiarazione di Great Barrington di qualche giorno fa, che ha puntato sulla cessazione degli isolamenti, sul lasciar circolare il virus, su una protezione focalizzata sui più vulnerabili e il raggiungimento dell’immunità di gregge. Il documento è stato promosso da esperti di Harvard, Oxford e Stanford e questa posizione, del tutto eterodossa, è stata appoggiata da David Nabarro, professore all’Institute of Global Health Innovation dell’Imperial College di Londra e inviato speciale dell’Oms.

Nabarro sostiene che gli isolamenti servono solo a guadagnare tempo e che, se sono generali, aumentano la povertà. Giorni prima, il Fmi ha sostenuto il contrario nel suo documento The Great Lockdown: Dissecting The Economic Effects (Il grande lockdown: analisi degli effetti economici). I suoi esperti ritengono che permettere la mobilità quando vi è una significativa diffusione del virus potrebbe essere più negativo per l’economia che un isolamento temporaneo.  

Non ci sono evidenze scientifiche per la seconda ondata. Il progresso tecnologico ci ha sicuramente abituati a pensare che lo sviluppo della conoscenza abbia gli stessi tempi dello sviluppo di uno strumento, ma sono due cose differenti. Da marzo abbiamo visto la biologia imporsi sulla tecnologia e abbiamo scoperto, sorpresi e allarmati, che i tempi della ragione, anche scientifica, non sono uguali a zero.

La ragione economica ha imparato dalla crisi del 2008 che occorre iniettare grandi somme nel sistema attraverso la politica monetaria. Non c’è da aver paura ad aumentare il deficit e il debito. Si dà già quasi per scontato che la Bce a dicembre amplierà il suo programma di stimoli a 600 miliardi di euro. La decisione dell’Eurotower ci ha salvato e stiamo aspettando la concretizzazione del fondo Next Generation Eu. Nelle ultime settimane abbiamo appreso che gli aiuti di Bruxelles tarderanno ad arrivare. L’Ue questa volta ha reagito bene, ma questo non ha impedito le brutte previsioni del Fmi per l’Europa: quest’anno il Pil dell’Eurozona scenderà di oltre l’8%, quello degli Stati Uniti del 4,3%, mentre quello della Cina crescerà dell’1,9%.

Le ricette applicate sono corrette, ma l’Europa deve trovare risposte a una grande sfida per la ragione economica e sociale: la riconversione del capitale umano, soprattutto nel Sud. E questo richiede un cambio di mentalità. Come dice Fernando Savater, la patria non è un ospedale e i cittadini non sono mutilati, né i governanti infermieri e i mezzi di comunicazione anestesisti.

Abbiamo detto molte volte che le conseguenze del Covid 19 assomigliano molto a quelle della Seconda guerra mondiale. Sei anni dopo la fine del conflitto nasceva la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio: difficilmente si può pensare un maggiore progresso economico e sociale. Tuttavia, questo non ha impedito che negli anni ’50 del secolo scorso un vento gelido percorresse l’Europa: il vento della disillusione e di un esistenzialismo per il quale la vita si era trasformata in una passione inutile. La ragione morale, quella che genera evidenze su chi siamo, sul significato del nostro io e della relazione con gli altri, è quella che deve operare con più urgenza in questo momento. È stata quella più dimenticata, adesso non si può più prescindere dalle sue conclusioni.

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