Il terremoto necessario

- Pietro Marzano

Il Mezzogiorno deve “fare presto”. Ma rispetto a quarant’anni fa, oggi ci sono energie nuove. Il Governo faccia la sua parte

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Donne sfollate dopo il terremoto dell'Irpinia (LaPresse)

Saranno a breve quarant’anni dal sisma che scosse il Mezzogiorno e rase al suolo paesi e vite segnando per sempre le terre e la memoria di chi sopravvisse. Un mondo intero venne spazzato via e si aprì la strada al più imponente sforzo finanziario e politico della storia recente del Paese. Sulla macerie e sui morti si costruì la fortuna della criminalità imprenditrice e un’intera generazione di politici prese parte alla ricostruzione, di cui divenne fattrice e beneficiaria, spesso lucrando per il tramite di imprenditori amici, chiamati poi a versare tangenti e sostenere correnti di partito.

In quei giorni drammatici la confusione regnava sovrana, mancava la Protezione civile, ideata proprio dopo quell’evento, non esisteva una rete istituzionale o informale di assistenza per i territori coinvolti dal sisma. Giorni e giorni di nulla, senza informazioni e senza coordinamento delle poche risorse disponibili. Solo i volontari diedero un contributo alle popolazioni colpite.

Lo scoramento era talmente diffuso che nulla riusciva a trasmettere il senso vero della tragedia. Il primo giornale del Mezzogiorno, Il Mattino di Napoli, titolò in quelle ore a caratteri cubitali “Fate presto”. Era una sintesi accorata, un urlo di fronte all’incapacità di reagire e trovare soluzioni. Era un appello, una richiesta disperata. Voi, fate presto. Voi che siete altrove, che decidete, voi che potete. Voi fate presto. Si racconta che il titolista tradusse dal vernacolo un’espressione dialettale, un’esortazione tutta partenopea, che riecheggiava tra le macerie, facit ambress. Era la voce di quello che chiedeva la gente rimasta senza nulla in inverno. Niente abiti, niente cibo, case inagibili. Un urlo esortante e disperato.

Nessuno lo raccolse con la dovuta attenzione e la ricostruzione materiale durò decenni. Le macerie morali che ha generato restano ancora oggi. Sono figlie di quei tempi le ricchezze dei clan imprenditoriali, l’abusivismo edilizio ed il salto di qualità dei criminali divenuti uno stato a parte, riempito di appalti, in grado di condizionare la politica.

Ma quel grido nascondeva anche un antico retaggio culturale, un’antica abitudine al chiedere che qualcosa o qualcuno intervenga. Un salvatore con le fattezze di santo che scacci la peste, un re straniero che allontani i baroni affamatori, un’armata di mercenari che difenda le terre, un invasore buono che cacci quello cattivo. Un’espressione che chiede ad altri di fare, di attivarsi, di impegnarsi a trovare risorse e soluzioni. Indica una dimensione collettiva che emerge spesso come tratto distintivo ancora a 40 anni di distanza. Un’incapacità a vedersi attori delle proprie decisioni e dei sacrifici che ne derivano e chiedere che altri ne assumano la responsabilità e la fatica.

La crisi che viviamo è simile a quei giorni, per molti versi. Un evento improvviso ha messo a nudo i limiti del sistema sanitario del Mezzogiorno, i limiti della politica di quei territori ed ancora una volta si invoca ciò che serve, sperando che venga da fuori. La Calabria con i suoi commissari che nulla hanno risolto ne è l’emblema. L’incapacità di risolvere da soli una crisi e la necessità di mandare qualcuno da fuori. Bene ha fatto Gratteri a rivendicare che fosse calabrese. Serve che ci sia un ritorno di orgoglio e di capacità di gestione critica, che nasca la soluzione lì dove il problema esiste.

Se non emerge con forza ora questo desiderio, e non emergono le capacità per affrontare l’uscita dalla crisi con le possibilità e le forze che il Mezzogiorno deve esprimere, si dovrà di nuovo invocare il fate presto, la richiesta di aiuto agli altri. Se il Mezzogiorno non saprà passare dal “fate” al “facciamo” non troverà mai la strada dell’uscita definitiva da una condizione di divario con altre aree del Paese.

Bisogna battere la cultura che ha generato una disattenzione selettiva per i vizi propri, che altri devono affrontare e risolvere con risorse ed energie proprie. Anzi, se qualcuno prova ad agire in quei territori, partendo da quei territori, viene avvolto da una cortina di incredulo e smaliziato disincanto che assimila chi ci prova a un illuso.

La società meridionale sta cercando con alcuni suoi esponenti di aprire una strada nuova e di mettersi al centro del proprio destino. È un coacervo di energie ed esperienze che parte dalle imprese, dalla lotta alle mafie, dalla politica senza ricerca del voto di scambio e che chiede non risorse ad altri ma di creare un ambiente adatto per sviluppare delle opportunità. Chiede al Governo di investire in infrastrutture e di aprire ad una fiscalità di vantaggio per attirare investimenti, che vuole maggiore attenzione alla formazione e maggiore lotta alla criminalità, che vuole eliminare il ricorso massiccio ed abusivo al reddito di cittadinanza ed ai bonus una tantum, che istigano gli istinti peggiori della criminalità e dell’economia del grigio.

La partita  che il Mezzogiorno deve poter giocare è quella di poter fare assieme al resto del Paese quel che serve per uscire da questa crisi. Essere messi nelle condizioni di competere per arricchire la società. Uscire dal disastro del Covid sarà possibile solo a queste condizioni.

Non serve altro. Il tempo trascorso non è servito a molto, pensiamo al futuro che sapremo costruire. Senza invocare l’ennesimo titolo che finirà nei musei ma non ci salverà dai nostri mali. Facciamo presto assieme.

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