Ecco la mia luna!

- Giorgio Vittadini

Una vera passione per il destino proprio e altrui. E’ quello di cui abbiamo bisogno per rendere davvero possibile un nuovo sviluppo orientato alla sostenibilità

Duomo e Madonnina
(LaPresse)

Qualche sera fa, un’amica che passeggiava con la sua bambina di 2 anni, vede apparire la luna in cielo, che subito però viene nascosta dalle case. All’improvviso, girando l’angolo, entrambe la rivedono, più splendente che mai. E la bambina esclama felice: “Ecco la mia luna!”.

In fondo, che cosa c’è di più umano, anche per un adulto, di questa esclamazione: “mia!”? Tutti abbiamo provato che il mondo ci “appartiene” in un modo e in una misura diversi dal mero possesso, che quello che ci viene dato con il creato, con la vita non è una “proprietà privata”.

Si parla tanto della necessità di un cambio di paradigma nello sviluppo, giustamente visto anche come trasformazione dell’atteggiamento personale, di tutti, verso la sostenibilità.

Gli approcci sono tanti e tra questi spicca senza dubbio l’“ecologia integrale” del papa che, con l’Economy of Francesco, ispirata al santo di Assisi, ha voluto creare per i giovani dei momenti di studio, confronto e creazione di nuove iniziative alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo.

Promozione umana, passione per l’uomo concreto che soffre, valorizzazione della capacità creativa e costruttiva e difesa dell’ambiente, sono per lui un tutt’uno e affrontarli unitariamente è il fondamento della sostenibilità. Infatti, la salvaguardia dell’ambiente può, concretamente e direttamente, sanare alcuni mali che affliggono l’uomo di oggi: la disoccupazione, la povertà, lo sfruttamento, l’ingiustizia.

I temi sono epocali, vasti e complessissimi, e convogliano in una domanda fondamentale: quale pianeta lasceremo alle generazioni future? Ma subito ne sorge spontanea un’altra: come non sentirsi messi nell’angolo dall’imponenza di questi problemi? Come se per affrontarli servisse un immane sforzo di volontà e una capacità che travalica non solo le possibilità del singolo, ma dell’umanità intera.

I piccoli e grandi passi che ci competono di fronte a temi epocali necessitano di una consapevolezza nuova.

Prima di tutto, quella della bambina. Quando l’ambiente viene minacciato e distrutto, è come se fosse amputata una parte di noi. In questo senso sono “nostri” temi come la crescita della temperatura terrestre o lo scioglimento dei ghiacciai, che causano l’innalzamento del livello dei mari; il disboscamento di vaste aree, che provoca la progressiva desertificazione del pianeta; l’estinzione di molte specie viventi con cui si va assottigliando la biodiversità. Questo nesso inscindibile tra le persone e la loro umana dimora fa giustizia delle posizioni che per troppo tempo hanno osteggiato il tema ecologico come fosse qualcosa di estraneo alla difesa dell’uomo.

Secondo. Andrebbe forse rivisto il rapporto con il conoscere scientifico, che non è, come si tende a pensare, un sapere oggettivo, non confutabile e non rivedibile, frutto di un meccanismo slegato dall’apporto umano.

Come ha spiegato di recente il professor Antonio Ballarin Denti, al Forum sullo sviluppo sostenibile promosso da Regione Lombardia, dall’Assessorato Ambiente e dalla Fondazione Lombardia per l’ambiente, la scienza non può più essere concepita come nei due o tre secoli passati, come meccanismo libero dai valori. Non è più solo la meccanica di Newton o le cellule che vedeva Malpighi o i microbi che vedeva Pasteur. La scienza di oggi è estremamente più complicata, perché si occupa di sistemi estremamente complessi. La conoscenza scientifica obbliga ad operare delle scelte che sono affidate anche a delle considerazioni di natura meta scientifica, che riguardano aspetti esistenziali, sociali ed economici.

Non esiste la possibilità di una registrazione “fredda” del dato. Anche la più asettica raccolta di informazioni è condizionata dall’ipotesi di ricerca che c’è a monte. In più, la conoscenza ha uno scopo che è quello di migliorare le condizioni di vita dell’umanità. E come si sostanzia questo dipende dalle scelte che esprimono le aspirazioni e i desideri dell’uomo, che spesso sono misteriosi o quanto meno non programmabili.

Sostiene Massimo Recalcati: “Nonostante quello che sostengono i cultori – oggi alla moda – di versioni computerizzate dell’uomo, una trasmissione efficace del desiderio, sfugge per definizione a ogni programmazione. Il lievito del desiderio si semina solo per contagio, per infezione, per la via accidentata e imprevedibile della testimonianza”.

Una vera, autentica passione per il destino proprio e altrui: ecco l’ingrediente, ormai indispensabile, che nell’impegno verso un mondo più sostenibile per noi e per le future generazioni dà il giusto sapore anche ai saperi scientifici, all’apparenza più meccanici e asettici.

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