Se i ragionieri hanno chiuso (anche) i musei

- Giuseppe Frangi

I musei restano ancora chiusi. Proprio in un momento in cui sarebbero più necessari che mai. Chi ci governa però non l’ha capito

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Ercole e Lica di Antonio Canova, Galleria nazionale di Roma

C’è una parola che è sparita dagli ultimi Dpcm e che presumibilmente non riapparirà neanche nel prossimo decreto destinato a fissare le regole per le festività natalizie: è la parola musei. Dal giorno in cui se ne è decisa la chiusura con il secondo lockdown, indipendentemente dal colore delle regioni, non sono più entrati nella lista degli argomenti da affrontare. Semplicemente sono stati accantonati come si fa con le questioni secondarie.

È chiaro che si può vivere anche con i musei chiusi, perché la loro “utilità” è relativa, soprattutto in una situazione in cui i movimenti turistici sono stati quasi azzerati. Giustamente però l’Icom, cioè l’International Council of Museums, ieri ha suonato la sveglia, con una lettera pubblica a Conte e a tutto il Governo (ma pensiamo che il primo destinatario sia il titolare dei Beni culturali, Franceschini, il più arrendevole dei ministri). Una lettera che si chiude con una richiesta decisa: «Apriamo i musei, ora più che mai!». Nella lettera si ricorda come tutte le istituzioni museali dopo il primo lockdown si sono riorganizzate con rapidità (significativa per realtà notoriamente lente) e con grande impegno anche di mezzi: ad esempio, con il meccanismo delle prenotazioni e dei biglietti online hanno saputo gestire l’afflusso del pubblico, senza mai creare criticità. Ma il concetto più importante della richiesta con cui si chiude la lettera dalla presidente di Icom Italia, è quell’«ora più che mai».

In che senso «ora più che mai»? Perché i musei che magari non hanno un’utilità rispetto alle necessità primarie di questa emergenza, sono però oggi “necessari”? L’Italia ha una rete di musei che non ha paragoni al mondo. Sono poco meno di 5mila, a testimonianza di un Paese che ha generato come nessun altro esperienze e forme di bellezza. I nostri musei però non sono solo custodi di un passato straordinariamente ricco; sono depositari di un’identità, di un modo di essere, di una coscienza che nel tempo ha plasmato il volto di un popolo. Lo so capisce ancora meglio oggi, quando queste istituzioni sono state sgravate dall’ansia di dover rincorrere i numeri per trovare una legittimità e quindi è venuta a galla la loro prima ragion d’essere.

Chi ha avuto l’opportunità di visitarne qualcuno nei mesi tra i due lockdown ha potuto verificare come in quelle sale, liberate dallo stress di folle obbligate a esserci, si aprissero spazi affascinanti di riflessione e di scoperte. Aggiungo che durante quest’anno i musei si sono spesso reinventati in modo anche geniale, attirando un’attenzione imprevista: basti vedere le proposte su Instagram della Galleria Nazionale di Roma, quelle di Brera o anche di istituzioni più piccole e agili come il Diocesano di Milano (che ha 500 persone a volta per alcune sue iniziative virtuali). I musei oggi offrono spazi dove si torna a respirare, dove si rimette in azione la capacità di immaginazione e si rompe così l’assedio delle ossessioni e delle paure del presente.

Purtroppo chi ci governa si lascia invece guidare da una mentalità ragionieristica, e questo spiega il fatto che la questione dei musei sia sempre fuori da tutte le agende: così non si è neanche sfiorati dal dubbio che aprendo quelle porte sarebbero molto più i benefici collettivi che i rischi. È quella stessa mentalità ragionieristica che non capisce come in un Natale in cui vige il diktat di non spostarsi, aprire luoghi di bellezza e di pensiero nelle città in cui siamo costretti a stare sarebbe una compensazione intelligente. Un bel regalo di Natale che non costa nulla.

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