Slot machine, vitello d’oro

- Maurizio Vitali

Nel 2019 gli italiani hanno speso nel gioco d’azzardo 110 miliardi, equivalenti al 6% del Pil. Il frutto tragico di una speranza mal riposta

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Estrazioni Lotto e Superenalotto (LaPresse)

RETTIFICA DEL 18 FEBBRAIO 2020 In merito a quanto riportato nell’articolo seguente ci è giunta richiesta di rettifica  a firma dell’avv. Massimo Piozzi del Centro Studi di Assotrattenimento 2007-As.Tro – il cui testo è raggiungibile cliccando qui.

Nell’Italia dove tutto sembra poco felicemente decrescere, due cose crescono imperterrite da decenni: il debito pubblico e il gioco d’azzardo.

I dati relativi al 2019 sono impressionanti: gli italiani hanno speso in puntate, grattini e macchinette 110 miliardi, equivalenti al 6% del Pil, cioè della ricchezza prodotta in un anno. La cifra è molto vicina al valore, pensate!, del Fondo sanitario nazionale e quasi doppia degli interessi (65 miliardi) sul debito (2.350 miliardi) che l’Italia paga in un anno.

 Impressionano anche di più le cifre pro-capite. La media di spesa per il gioco d’azzardo è stato nel 2019 di 1.840 euro per persona. Attenzione: contando neonati e novantenni. Però si sa che in Italia hanno giocato, almeno una volta nell’anno, 17-18 milioni di persone, non 60 milioni. E quindi una media che non sia come quella dei polli di Trilussa, porta a 6.000-6.500 euro la spesa media di un giocatore. Uno su tre si indebita anche di brutto con finanziarie o privati per continuare a buttare via soldi.

Ecco: la cosa più grave è la ludopatia, una dipendenza peggiore di quella dalla droga, che ha gettato nella disperazione e sul lastrico un sacco di gente e di famiglie. Intendiamoci, non tutti i giocatori sono ludopatici. C’è una gradualità: giocatori sociali, che non hanno problemi; giocatori d’azione con sindrome da dipendenza, che non riescono a smettere di giocare a scapito degli altri ambiti della loro vita; giocatori per fuga con sindrome da dipendenza, che giocano per cercare di alleviare ansia, rabbia, noia, depressione, solitudine. Quelli che proprio il peso della vita non lo reggono; ma chi li tira fuori dal nulla?

Secondo un’indagine realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità, i giocatori problematici sono più di un milione e mezzo. Quasi un altro milione e mezzo sono a rischio di diventarlo. Il passo finale dopo il problematico è il disturbo clinico da gioco d’azzardo, dotato di un acronimo – Dga – che lo classifica nei Livelli essenziali di assistenza (Lea). 30mila sono in cura. Molti di più lo dovrebbero essere.

Qui ce n’è per lo Stato. E ce n’è anche per noi.

Che lo Stato non contrasti adeguatamente questa vera piaga distruttiva della persona e dei legami sociali e della capacità di lavoro e di costruzione, negativa anche economicamente per tutta la collettività, è inconcepibile. Né rincorrere con le équipes psico-qualcosa il povero ludopatico terminale serve a molto. Ovvio che occorre prevenire. Conati di intervento come il divieto della pubblicità sono una foglia di fico. Per altro, come d’uso, subito caduta e rinviata a quel dì. Del resto la scritta “nuoce gravemente alla salute” non ha fatto il solletico ai fumatori.

Le più recenti disposizioni sono del tipo: sindaco pensaci tu. A fare che? A limitare i danni con quanto è nel suo limitato potere: per esempio proibire di aprire esercizi di gioco d’azzardo in prossimità di luoghi ad alta frequentazione come scuole ecc. Palliativi. Occorrono iniziative forti e serie. Dello Stato. Non boutade e fumo negli occhi. Il settore conta 6mila società ed esercizi, coinvolge 100mila tra lavoratori diretti più gli esercenti), più l’indotto. Non servono proclami e slogan. Si tratterebbe di varare non solo una regolamentazione efficacemente restrittiva, ma insieme di mettere in atto un vero e proprio piano di riconversione delle aziende attive nel comparto.

Dicevamo che ce n’è anche per noi gente comune. “Il vero problema – si legge sul sito dell’associazione Amici di Lazzaro – ha radici più profonde e riguarda in maniera del tutto evidente la crisi antropologica che l’Europa sta vivendo, il suo nichilismo. Si potrà fare ben poco contro le potenti lobby del gioco d’azzardo se non verrà riconsiderato il modello di sviluppo fondato sull’uomo e sul creato” (Carmine Tabarro).

Una recente ricerca dello Studio Psicoterapeutico Bortolotti-Calderone di Parma, sostiene che la ludopatia è “l’effetto della inflessibile speranza che una promessa si avveri”. Speranza di vincere soldi, d’accordo, mercificata; e però pur sempre speranza, al fondo, di una vita diversa, realizzata, soddisfacente. Speranza di reggere l’urto della vita e non affondare nel nulla del fallimento o del vuoto.

Ma speranza da affidare a chi? Alla fortuna. Al caso. La fortuna sembra essere il vitello d’oro della nostra età incristiana e nichilista. Il manufatto che sostituisce l’attesa della salvezza, che sì, arriva che sembra un caso. Gratuita, divina e in forma di uomini, che si facciano incontrare, che diano nuova linfa a luoghi e occasioni di socialità. Mai fidarsi del vitello d’oro, che sempre fotte. Soprattutto l’idolatra stesso, anche quello a sua insaputa.

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