Il vuoto politico

- Gianluigi Da Rold

Più che nel periodo dell’anti-politica sembra di vivere in un momento di vuoto politico, con un caos evidente nella maggioranza e non solo

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Palazzo Chigi (Lapresse)

Ma siamo proprio sicuri di vivere solo nell’epoca della cosiddetta anti-politica? Non vogliamo aprire un inutile dibattito di carattere semantico o di elaborazione di altri neologismi. La memoria storica, che sembra uno dei più classici “misteri italiani” sottovalutati o volutamente cancellati, ci porta a considerare invece, con paura, più che l’anti-politica, il vuoto, il vuoto assoluto, che osserviamo nell’Italia dei nostri giorni.

Il vecchio Pietro Nenni ripeteva spesso, nei suoi scritti, nei suoi discorsi, nelle interviste che rilasciava, un concetto che si può riassumere in questo modo: nella vita democratica di una nazione non c’è nulla di peggio che il vuoto politico. L’Italia sembra proprio precipitata in questo vuoto, dove tutti i protagonisti litigano per ottenere un consenso di breve durata, per la nomina di un grande ente, per l’occupazione di un potere formale senza correre il rischio di una scelta vera, di una visione, di un progetto sociale ed economico da proporre e perseguire, anche di fronte alla possibilità di un errore e quindi dell’anti-popolarità.

Diciamo pure che viviamo nell’epoca dove sono franate le ideologie, ma sembrano del tutto scomparse anche le idee.

Facciamo solo qualche esempio. In un momento di recessione o stagnazione, che, salvo qualche anno di rimbalzo di breve respiro, dura ormai da oltre dieci anni e, a ben guardare, risale addirittura al secondo semestre del 1992, quali scelte di politica economica si contrappongono seriamente? La struttura mista dell’economia italiana dei “magnifici trenta” del dopoguerra e l’eccellenza della piccola e media industria nazionale come sono considerate e come si intende valorizzarle?

In secondo luogo, mentre diventa sempre più urgente una revisione istituzionale complessiva, con la necessità di adeguare il funzionamento del sistema democratico ai mutamenti sociali, economici e tecnologici, impressionanti negli ultimi anni, è sufficiente barricarsi da un lato nella difesa più rigida del dettato costituzionale (che in qualche punto è dovuto pur cambiare per il nuovo diritto internazionale) e dall’altro proporre un cambiamento che si riduce ad aspetti parziali?

Il ragionamento vale quindi per un problema come quello della prescrizione, che non è un’invenzione, ma un istituto che ha limitato il potere repressivo dello Stato e che può essere considerato solo nella riscrittura complessiva del processo penale in una democrazia, dove esiste la presunzione d’innocenza, dove è il processo a stabilire la prova di un reato nel dibattito tra difesa e accusa, eguali e paritari, di fronte a un giudice terzo. E dove si deve stabilire il concetto di pena nella certezza del diritto, non nella certezza delle pena. Non dimenticando mai quello che i giuristi chiamano un antico brocardo latino: “In dubio pro reo”.

L’elenco dei problemi sul tappeto è lunghissimo: il valore di un’economia sostenibile non più rinviabile, la difesa dei diritti di chi lavora, la partecipazione sempre più diffusa della base sociale a ogni aspetto della vita comunitaria, la riduzione, almeno, di diseguaglianze intollerabili, la questione di una reale integrazione tra società e culture diverse, la collaborazione internazionale anche attraverso reali, non fittizie, unioni sovranazionali.

Bene, anche i più disattenti verso questi problemi hanno sentito ormai parlare di tali questioni, vivono sulla loro pelle i contrasti che emergono e ascoltano solo vuote chiacchiere che non contengono alcun concreto suggerimento.

Il presidente del Consiglio, “Giuseppi” Conte, nel giro di quasi due anni, ha diretto un governo di destra e uno di sinistra, come esponente del “movimento del vaffa”, post ideologico. È un record mondiale. Passa per un moderato “incravattato e impochettato”, che è improvvisamente diventato il riferimento del nuovo segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti, ma anche di un mondo post democristiano.

“Guseppi” qualche mese fa ha guadagnato quasi l’endorsement di Donald Trump, ma nello stesso tempo ha ottenuto l’antipatia di Giggino Di Maio, di Matteo Renzi e, si mormora nei corridoi dei palazzi, anche del Presidente Sergio Mattarella. I risultati dei governi “Conte primo e Conte secondo” sono sotto gli occhi di tutti e mettono i brividi alla schiena. Il premier è popolare nei sondaggi, forse per il suo fascino foggiano, ma il vuoto politico lo riassume lui, principalmente con il suo “cronoprogramma”, di cui sinora non si è visto nulla e si è capito ancora di meno.

Al momento, dall’altra parte della barricata c’è formalmente, “l’alleato di governo”, Matteo Renzi, all’attacco su tutto e di più contro Conte. Si rasenta quasi l’impossibilità della comprensione. Le liti tra Conte e Renzi hanno sinora una cadenza regolare, quasi giornaliera. Ma tra una settimana si dovrebbe, in teoria, decidere tutto in un incontro, dove Renzi pensa di silurare il più catastrofico Guardasigilli della storia italiana, Alfonso Bonafede. Ma realisticamente Conte come può accettare una cosa del genere, se non sfidando una rivolta dei pentastellati?

Nel putiferio governativo, c’è Di Maio, ribattezzato il “Talleyrand del golfo di Napoli” che non sopporta Conte, ma abbraccia in pubblico Bonafede. In questa giostra di improvvisatori, che pensano di fare politica, si oppone Matteo Salvini, che pur essendo favorito dagli errori altrui e dai formali avversari, riesce nel giro di una giornata a correggere o a modificare la linea del suo compagno di partito Giancarlo Giorgetti sull’euro e sull’Unione europea, comunicando incertezza anche all’opposizione.

Ma è la maggioranza di governo che offre tuttavia il migliore spettacolo di “vuoto politico” assoluto. Come superare le divisioni e magari la fuoruscita di Renzi? In questo modo si è aperta la cosiddetta “caccia ai responsabili”, parlamentari senza casacca che dovrebbero assicurare la tenuta del governo. Operazione che supera ogni traguardo nella storia del trasformismo.

Intanto Zingaretti ha un giudizio su Conte che non è condiviso da tanti suoi compagni di partito e nello stesso tempo ripensa, con un congresso, di ridare un’identità e un nome nuovo al partito. Gli alleati “pentastellati” sono anche loro alla ricerca di una nuova identità e pensano alla convocazione degli “stati generali”. Tutti confusi, incerti, alla ricerca di se stessi: sembrano pazienti per lo psicanalista.

Vista nella sua brutale realtà, la crisi del governo non è una crisi normale, è una crisi cronica, è la crisi del Paese, la rappresentazione del vuoto assoluto della politica, che potrebbe generare problemi gravi.

Èormai inutile pensare alle colpe del passato, agli errori macroscopici, alle menzogne, al delirio delle procure, alla svendita del nostro sistema industriale, alla perdita delle memoria storica. Basterebbe pensare al valore culturale della politica che è rimasta nel Paese ed è stata in parte tramandata. Alessandro Natta, segretario del Pci, prima di Achille Occhetto, disse al momento della caduta del Muro di Berlino: “Ecco, ha vinto Hitler!”.

Di fronte a una simile visione politica e storica, non stupisce la stagione di “tangentopoli”, l’eliminazione di cinque partiti democratici, la non attendibilità (unico caso nel mondo occidentale) del dossier Mitrokhin stabilita dalla magistratura. Non stupisce prima l’irruzione dell’antipolitica, della lotta alla “casta”, di una stampa che ha programmato depistaggi puntuali, fino alle prove di un bipolarismo immaginario, fino agli esperimenti di Monti e della Fornero. Insomma fino al nulla, al “vuoto politico” attuale.

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