Educare al tempo del coronavirus

- Giorgio Vittadini

La chiusura forzata delle scuole sta offrendo a insegnanti e studenti a riscoprire un’occasione per uscire dall’ovvietà e rimettersi in moto

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(LaPresse)

“Non avrei mai detto che la scuola poteva mancarmi”. Se il momento non fosse così drammatico si potrebbe commentare il messaggio di questo studente milanese con una certa ironia: il coronavirus sta veramente cambiando il mondo.

Dal Nord a Sud gli insegnanti stanno cercando di non far mancare ai ragazzi la possibilità di proseguire nei loro programmi di studio. Gli strumenti della didattica digitale sono tanti e vanno dalla semplice condivisione di materiale scritto, video e audio, tramite registro elettronico o email, o a vere e proprie classi virtuali, permesse da piattaforme di vario tipo, in cui è possibile vedersi, mostrare testi, immagini e discutere, seguendo un ordine per alzata di mano, sempre virtuale.

Dopo tre settimane di chiusura delle scuole in Lombardia è interessante raccogliere le prime reazioni. Innanzitutto, la più macroscopica: insegnare non è solo fornire dei contenuti e verificare che vengano appresi. Si insegna perché si entra in un rapporto diretto. E la mancanza dell’aspetto relazionale – con adulti e compagni – è senz’altro la ragione di maggior disagio.

Tra le condizioni che permettono di apprendere la principale è la relazione con qualcuno che è in grado di aiutare a far diventare la conoscenza patrimonio personale. Altri fattori importanti condizionano l’apprendimento e, paradossalmente, stanno emergendo in questo momento di isolamento obbligato.

Pensiamo alla capacità di prendere iniziativa, di pensare per problemi (cioè di far domande), di imparare a lavorare insieme per raggiungere uno scopo comune. O pensiamo anche all’impegno, alla motivazione, alla capacità di autoregolarsi, all’affidabilità e all’adattabilità.

Si tratta di alcune delle capacità chiamate soft skill (o character skills, o non cognitive skill) che hanno un grande impatto sulla capacità cognitive, quelle abilità che un individuo utilizza per svolgere le sue attività mentali: ad esempio ricordare, parlare, comprendere ciò che si legge, fare nessi, dedurre, valutare, e quindi apprendere.

Dalla scuola libera La Zolla di Milano, che comprende classi dall’infanzia alle medie, e sta utilizzando a pieno ritmo una didattica interattiva via internet, assicurano che le lezioni sono vivacissime e i ragazzi interloquiscono non solo con i professori ma anche tra loro, si cercano e dialogano, quasi più di quanto facevano prima. La settimana scorsa si è riempita di momenti interessanti, in cui gli argomenti delle materie d’insegnamento sono state integrate da un continuo dialogo e da un lavoro personale e di gruppo. Il programma di una prima media ne dà un’idea: si va dal circolo letterario di narrativa, ai vari “sportelli” di domande sulle attività assegnate: il corpo umano, la progettazione di una pubblicità o dello sfondo al quadro di Monna Lisa, alla duplicazione del DNA.

La comunicazione digitale sta obbligando professori e ragazzi a confrontarsi di più, a supportarsi, a prendere più iniziativa.

“Questa occasione ha richiesto a noi adulti di porci domande serie sull’utilità del lavoro che stiamo svolgendo, ci ha permesso di riaffermare l’importanza enorme di uno sguardo accogliente nei confronti degli alunni e tra di noi insegnanti, ci ha fatto riconoscere le difficoltà e quindi l’importanza fondamentale di coordinarci in modo preciso tra noi”, ha scritto Teresa Pedrazzini, una delle insegnanti.

Assicurano ancora da La Zolla, che non si tratta solo del cambiamento di una tecnica didattica. Questa nuova situazione obbliga gli insegnanti a puntare sulla libertà e sulla ragione dei ragazzi, che sono chiamati in questo momento a scoprire quanto è profondo il loro bisogno di conoscere, di capire, di fare un percorso. E di scoprire quanto è vitale la curiosità personale, che nella velocità e nell’affollamento degli impegni, è troppo spesso rattrappita.

Un’occasione per uscire dall’ovvietà e rimettersi in moto. Per vivere ai tempi del coronavirus non basta tornare al punto di partenza, bisogna uscire dall’apatia e dalla pigrizia in cui abbiamo vissuto in questi anni, e riscoprire quello spirito ideale che ha fatto il nostro Paese e che ricominciamo a vedere in tante scuole e in tanti ospedali.

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