Andrà tutto bene: sì, ma nel frattempo?

- Maurizio Vitali

“Andrà tutto bene”, come slogan, funziona. Ma la compagnia umana più desiderabile non è quella che anestetizza ma quella che condivide la ferita

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Coronavirus a Milano (Lapresse)

Andrà tutto bene. Il numero dei contagiati sale a 25.758. Andrà tutto bene. Al Cimitero Maggiore lunga coda di carri funebri. Andrà tutto bene. Due ore in fila all’Esselunga con la mascherina ma finalmente la spesa è fatta… azz, ho dimenticato il pane. Andrà tutto bene. Sono medico e lavoro dodici ore al giorno in terapia intensiva, molti colleghi si sono ammalati gravemente, mi sono fatto dare gli oli santi. Andrà tutto bene. Un’altra sirena lacera l’aria del paese deserto. Andrà tutto bene. Nel paese silente rintocca un’altra agonia.

“Andrà tutto bene”, come slogan, funziona. L’hanno messo nei testi delle loro canzoni mostri sacri come Bob Marley e John Lennon (questi precisando che “alla fine andrà tutto bene, e se non andrà bene, non è la fine”). Così respingendo ogni possibilità di verifica. Ne hanno fatto uso anche svariati italiani: Max Pezzali (“Andrà tutto bene, non può succedere niente di male mai a due come noi”), Nesli: “Volevo dirti che se ci credi in fondo andrà tutto bene… Se ti dico che alla fine ne usciremo insieme, anche al costo di dover lottare… è perché lo sento”.

Di recente un singolo di Levante “elenca – sono sue parole – un presente spaventoso ma aggrappandosi alla promessa che andrà tutto bene”: Tempi deserti di coraggio / Stavamo bene quando stavamo peggio / le frasi fatte per parlare / fare l’amore e non pensare / tienimi stretta in un abbraccio / non ho paura se ci andiamo insieme / del domani mi ripeti che / andrà tutto bene,

Andrà tutto bene. Sì, ma nel frattempo? E quelli cui non è andata bene per niente? E quelli che ancora soccomberanno? A questa gente cosa gli diremo? E questo fideistico aggrapparci a un ottimismo tanto ostentato quanto azzardato,  sicuri che ci aiuti a reggere queste botte, e le altre, della vita?

Non ci gira tanto attorno un adolescente, Vincenzo Pignetti: “E tu / recavi di proteggermi ma mi hai fatto / crescere in una realtà equa / che oggi non è quella che si vive. / Per cui “andrà tutto bene” in realtà non è altro / che una menzogna perché / bene non andava quasi mai / E tu / provavi a darmi tutto quello che potevi / ma non capivi che a me bastava ed avanzava / il tuo amore”.

Io non me la sento di scagliarmi a testa bassa contro quelle migliaia o quanti che siano, di cartelli aggrappati ai balconi, contro quegli arcobaleni che per la pace, poi per le famiglie “non tradizionali”, e ora riciclati come antivirus; men che meno contro i disegni, spesso davvero belli, dei bambini. Sono come altrettanti segni di un umanissimo desiderio di condivisione e di appartenenza a una comunità che rincuori nella paura (come adesso) o moltiplichi la gioia (come nella vittoria ai Mondiali di calcio).  In fondo è una ferita ciò che ci provoca e ci muove: essa ci dà l’opportunità di mettere in crisi la nostra normale falsa coscienza, renderci conto che non siamo autosufficienti, che siamo bisogno non per emergenza ma strutturalmente. E tutto questo merita rispetto e attenzione.

L’errore che possiamo fare è nel trattamento della ferita: per esempio, correre ad anestetizzarla impasticcandoci di artefatto ottimismo. A non anestetizzarla, la ferita fa male, brucia più di quando la mamma ci buttava sopra l’alcol denaturato. Ma è il solo modo per non sfuggire al presente: è questo, infatti, l’unico terreno in cui gioca la partita della vita. La domanda è come si fa a vivere nel presente della realtà, pur pieno di guai. Aspettare il futuro dell’immaginazione, finiti i guai, per tornare a vivere, è un’illusione alienante. Aggrapparci al nulla non è una buona idea per strapparci dal nulla.

Non anestetizzare la ferita è decisivo per non ingannarci a riguardo del guaritore. Per restare aperti a riconoscerlo, quando lo si incrocia. A mendicarlo. Ecco: la compagnia umana più desiderabile non è quella che anestetizza ma quella che condivide la ferita. Come testimoniò il grande Jannacci, c’è il barbùn dell’Idroscalo che mendica e il borghese che fa finta di niente: ma chi censura la ferita difficilmente si accorge della carezza.

Sicché, dai balconi o meno, mendicanti di tutto il mondo unitevi! Voi che non riponete nelle magnifiche sorti e progressive la vostra speranza, unitevi!

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