Coronavirus, uscire dal labirinto delle colpe

- Fernando De Haro

L’epidemia da coronavirus ci mette alla prova non solo dal punto di vista sanitario, ma anche psicologico ed etico

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Coronavirus in Italia (LaPresse)

The Lancet ha appena pubblicato un articolo dal titolo “The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence”. Si tratta di una raccolta di studi condotti sulle quarantene nelle epidemie di Sars del 2003 in Cina e in Canada e di Ebola nell’Africa orientale. Con tutta la Spagna e tutta l’Italia chiuse non abbiamo bisogno di leggere un articolo scientifico per conoscere le conseguenze della vita dentro quattro mura: stress post-traumatico, disturbi emotivi, ansia e uno lungo elenco di eccetera. Conosciamo anche le raccomandazioni: informazione, rifornimenti, contrasto alla noia e comunicazione. Ma The Lancet descrive tre effetti difficili da superare con esercizi di igiene psicologica: paura, stigmatizzazione e colpa.

Il virus mostra che siamo vulnerabili perché né i nostri costumi, né i nostri sistemi sanitari erano preparati per qualcosa del genere. La vulnerabilità, nel secolo in cui il tecnologico supererà il biologico, è un fatto con centinaia di migliaia di contagiati e molti morti. Un fatto, non una prova, perché c’è chi insiste ancora su uno gnosticismo impossibile e cita alcune pagine del libro di David Deutsch (“L’inizio dell’infinito”) per sostenere che tutti i fallimenti – tutti i mali – sono dovuti alla scarsa conoscenza. Questa è la chiave della filosofia razionale sull’inconoscibile. Predicare che una conoscenza insufficiente è la colpa del male che soffriamo è come incolpare per la morte per infezione tutti coloro che vi hanno fatto ricerca prima di Fleming e non hanno scoperto la penicillina.

Ma il male del virus genera non solo paura, ma anche la necessità di trovare un colpevole: i cinesi e la loro abitudine di mangiare animali selvatici, la globalizzazione, la mancanza di lungimiranza, sia del governo nazionale che di quello regionale, l’assenza di coordinamento dell’Unione europea o la nostra negligenza. Al momento non disponiamo di dati sufficienti per effettuare una scomposizione analitica della catena di errori che ha causato la scoppio della pandemia. Ma tali dati e tale analisi saranno sempre indietro rispetto alla sfida di affrontare il dolore, la sofferenza e la morte. Lo stigma verso i colleghi, i reclusi in quarantena non è altro che il ricorso al vecchio capro espiatorio per antichi sacrifici. Rivela la tendenza universale che tutti abbiamo nello scaricare la violenza accumulata dal male reale o implicitamente subito.

Il virus mostra la nostra vulnerabilità, esige esperienze e ragioni che ci portino fuori dalla solita dinamica del trasferimento di colpa. La paura cerca colpevoli oltre la ragione quando ciò che si suppone sia ragionevole è una scomposizione quasi infinita di cause.

L’articolo di The Lancet segnalava che uno degli effetti collaterali delle quarantene è, oltre allo stigma, la colpa. Chi non ha pensato in questi giorni alla possibile responsabilità che ha avuto nella diffusione della malattia? Per non aver preso precauzioni in tempo, per non aver avvertito con forza il pericolo. La responsabilità per negligenza sale su una scala di rimpianti, attraverso un labirinto di quel che Fernando Savater chiama il malcontento che proviamo verso noi stessi quando abbiamo usato male la libertà, cioè quando l’abbiamo usata in contraddizione con ciò che vogliamo veramente come esseri umani. Volevamo essere ragionevolmente responsabili delle conseguenze delle nostre azioni e siamo dominati dal dubbio sulla negligenza. Questa è la grande vulnerabilità che deve essere superata. Perché a noi moderni è stato fatto credere che fosse facile vivere secondo un’etica del non fare male. Potremmo aver fatto del male. Non abbiamo potuto/voluto scegliere ciò che era conveniente.

L’allegria è ancora possibile? Savater afferma che l’ideale, l’allegria, è l’accettazione incondizionata della vita che si manifesta tra il battito di ciglia dell’essere e del non essere. Ma il coronavirus anche in questo ha mostrato il nostro limite e il nostro bisogno: il battito di ciglia dell’essere può essere visto come un freno a causa della possibile complicità con la malattia. Abbiamo bisogno di una mano che ci porti fuori dal labirinto analitico delle possibili negligenze. Siamo stati negligenti sì, ma siamo ancora sotto un battito di ciglia amorevole. È un’indizio che c’è stato ciò che gli antichi chiamavano espiazione.

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