L’Europa di Draghi e il nuovo muro di Berlino

- Gianni Credit

Ci sono voluti sei giorni, ma le parole di Mario Draghi sono riuscite ad aprire una prima breccia nel nuovo muro di Berlino

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Mario Draghi, ex presidente della Bce (LaPresse)
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Ci sono voluti sei giorni, ma le parole di Mario Draghi sono riuscite ad aprire una prima breccia nel nuovo muro di Berlino. La disponibilità della Germania alla “solidarietà europea” contro il coronavirus è giunta ieri dal ministro delle finanze Olaf Scholz: vicecancelliere socialdemocratico di Angela Merkel. Scholz ha tenuto fermo il no all’emissione di eurobond, ma una prima svolta (anzitutto politica) è stata evidente e importante.

Ancora al consiglio Ue di giovedì scorso, il Paesi del Nord Europa erano rigidi su questioni di fondo. La pandemia – di cui già stanno emergendo le pesantissime conseguenze economiche – non è stata considerata di per sé come un motivo per decisioni immediate, tanto meno per interpretazioni innovative di regole, parametri, prassi consolidate nell’Ue di Maastricht. Più preoccupante ancora è apparsa la corsa agli annunci di piani di “recovery” nazionali (eclatante quello tedesco da 550 miliardi). E Ursula von der Leyen – presidente della Commissione Ue – non ha certo contribuito quando si è appiattita in anticipo sulla chiusura a forme di mutualizzazione dei debiti pubblici dei Paesi del Sud Europa.

La forza di una realtà senza precedenti si sta però faticosamente imponendo. Ha tuttavia avuto bisogno decisivo di uno sguardo per essere letta e di una voce per essere giudicata. E questa è stata quella dell’ex Presidente (italiano) della Bce. Poche prima che si riunisse il Consiglio Ue, mentre la Francia sceglieva di patrocinare la richiesta di Spagna e Italia assieme ad altri 6 Paesi-membri di varare “coronabond” o di utilizzare senza condizioni il Meccanismo europeo di stabilità, è stato Draghi sul Financial Times a delineare in modo chiaro e serrato la strategia economico-finanziaria alla base di una richiesta politica.

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Draghi ha detto che il post-coronavirus prospetta una disruption “biblica” nell’economia, nella società, nelle istituzioni nazionali e sovranazionali in Europa. La ricetta di contrasto gli appare una sola: inondare di liquidità mezzo miliardo di europei, le imprese dove lavorano e le famiglie n cui vivono. L’Europa non deve aver alcun timore di indebitarsi, anzi: deve sentirsi obbligata a farlo, subito e tutta assieme. La formazione di una “bolla” di debito pubblico è inevitabile e Draghi non ne nasconde i rischi; ma il banchiere sottende altresì che governarla non è impossibile e nel suo intervento su FT viene anzi già articolata una specifica manovra attraverso il sistema bancario e postale (un punto di forza relativamente uniforme in tutta l’Unione). Implicita, ma visibile, è la disponibilità di Draghi a mettere la sua autorevolezza personale al servizio dell’Europa in questa fase (il suo possibile impegno al vertice di un Governo istituzionale in Italia è certamente un’ipotesi per farlo rientrare nella stanza dei bottoni dell’Ue; anche se non l’unica).

Meno di una settimana dopo, il numero due della cancelliera Merkel si è affacciato sul “secondo muro di Berlino” per annunciare la sua prima risposta: sì alla solidarietà “as europeans” (come Draghi ha sottolineato a sintesi civile del suo “schema”); no agli eurobond (di cui Draghi non ha parlato); “non più no” a discutere tutto il resto nel merito (quello che ha già messo nero su bianco Draghi).  

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