Il contagio della bellezza

- Giuseppe Frangi

La riapertura dei musei costringe a ripensarli. Occorre che la loro bellezza non diventi prigioniera, ma si diffonda per contagio. Devono diventare case vive, spazio pubblico

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Firenze, Galleria degli Uffizi (LaPresse)

Nell’Italia che corre per riaprire c’è chi ha molte esitazioni nel ripartire. Ieri Daniele Nardella, sindaco di Firenze, ha annunciato di non essere in grado il 18 maggio di aprire le porte dei musei comunali, il che significa tener chiusi gioielli come Palazzo Vecchio o la Cappella Brancacci e tanti altri. Non si può ricominciare perché mancano le risorse: per un comune come quello fiorentino il crollo delle tasse di soggiorno ha aperto un buco nelle casse, che si aggiunge alle spese dovute all’emergenza. Aprire un museo è un costo: come ha dichiarato l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, per un mese e mezzo di apertura solo nel weekend bisogna mettere in conto una spesa di mezzo milione di euro che ora in cassa non ci sono. Oltretutto “l’utilità” di questa apertura è puramente simbolica, visto che senza turisti non potrà generare risorse.

Si troverà una via di uscita, ma è certo che questa grande crisi costringe a fare il punto rispetto alla propria funzione.

Nel lungo lockdown i musei si sono dati da fare inventandosi mille modi di fruizioni virtuali, con l’obiettivo di aggregare persone e di far parlare di sé quasi nel timore di sparire dall’attenzione pubblica. Nella rincorsa ad esserci e a strappare l’attenzione sono accadute anche cose un po’ grottesche (gli Uffizi hanno deciso di sbarcare su Tik Tok, con un dialogo demenziale tra i due duchi di Urbino, capolavoro di Piero della Francesca, dove Federico è diventato per errore Fernando…).

Ora che la parentesi del virtuale si è conclusa perché le persone per fortuna hanno anche altro da fare; ora che si torna poco alla volta alla realtà, vengono a galla le questioni vere: come si fa a rendere cosa viva un museo? Ora che le risorse latitano, che i turisti sono forzatamente lontani, qual è la ragione profonda per la quale un museo dovrebbe stare aperto?

Sembra una domanda assurda, ma solo perché è sempre stata data un po’ troppo per scontata. Se sono luoghi di conservazione di tesori del passato o del presente, paradossalmente non c’è necessità che siano aperti. Idem se sono luoghi di studio. Insomma come si fa di un museo un luogo “necessario” per la vita collettiva, e non solo come attrattore di flussi turistici (cosa che per altro vale per i soliti pochi musei mainstreaming)?

In queste settimane qualcuno ha provato ragionare per trovare una risposta. Ad esempio dal Consiglio superiore dei Beni culturali (organo di esperti del ministero) è stata lanciata l’idea di “scuola museo”: non si tratta della semplice fruizione da parte degli studenti magari con percorsi dedicati. No, l’idea è quella che i musei si predispongano nei loro spazi spesso così larghi questo non solo per venire incontro a un bisogno delle scuole stesse costrette a organizzarsi sulla questione delle “distanze”, ma per far percepire il museo come spazio pubblico, come casa di tutti. E soprattutto per far respirare bellezza come naturale sfondo dell’attività quotidiana. La bellezza non può essere vissuta come un dovere, ma deve agire per contagio: un museo può trovare una nuova ragion d’essere liberando questa funzione.

Così potrebbe accadere che alla “conservazione”, ragione d’essere preziosa e insostituibile, si aggiunga anche lo stimolo alla “conversazione”: cioè la bellezza chiama ragionamenti, collegamenti tra il passato e il presente, riflessioni su chi siamo e su cosa davvero desideriamo. Conversazioni libere e fuori dal seminato come approfondimento della coscienza. Forse così i musei diventerebbero organismi davvero necessari e utili per lo strano futuro che ci attende.

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