L’incontro che ci risveglia

- Fernando De Haro

Gregorio Luri e Mikel Azurmendi sono stati protagonisti di un’interessante discussione riguardante l’ultimo libro di Julián Carrón

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LaPresse
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Un basco e un navarro sono stati i protagonisti su www.paginasdigital.es di una discussione di livello sull’ultimo libro di Julián CarrónIl risveglio dell’umano. Nel corso di tale discussione sono sorte domande decisive per capire concretamente in che modo usiamo la ragione, orfani dell’Illuminismo, e qual è la natura del cristianesimo.

Il navarro, Gregorio Luri, è pedagogo e saggista, il basco, Mikel Azurmendi, è antropologo. Luri, che ha accolto il libro con una serietà non comune, ha confessato la sua ammirazione per “la dedizione entusiasta e tenace dei miei amici di Comunione e Liberazione (CL) verso i loro fratelli”, esprimendo al contempo le sue difficoltà a condividere la sottolineatura di “un cristianesimo della esperienza” e di “un cristianesimo dell’incontro”. Luri, che è da ringraziare per la sua franchezza, “non può non trovare nell’incontro un emotivismo” e gli riesce difficile “accettare un cristianesimo come religione della esperienza che ignora il valore della legge”, un cristianesimo che si è trasformato in “una religione dell’uscita dalla religione”.

Il Navarro teme l’ennesima riapparizione di Marcione, il famoso eretico gnostico del secondo secolo che oppose il Dio dell’Antico Testamento, il cattivo Demiurgo, al Dio del Vangelo, il Demiurgo buono. È logico che Luri sia preoccupato dalla dialettica che mette a confronto la legge con il Vangelo. La reinterpretazione gnostica del cristianesimo che oppone i due Testamenti, come indicato da Borghesi, segue una lunga traiettoria che ha molto a che vedere con il processo teorico della secolarizzazione.

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Si capisce anche che Luri provi un vero rifiuto per il “cristianesimo della esperienza”, dopo che il modernismo ha fatto un uso soggettivista del termine. La sua preoccupazione è la stessa che aveva nel 1963 l’allora cardinale di Milano, Montini, futuro Paolo VI, quando chiese a Luigi Giussani di chiarire cosa intendesse per esperienza. Il fondatore di CL scrisse allora un libretto dedicato a questo tema, in cui assicurava che “ciò che caratterizza l’esperienza è capire una cosa, scoprire il suo significato (…)” e il “significato di una cosa non lo creiamo noi; il rapporto che la unisce a tutte le altre cose è oggettivo”. In questo testo “il cristianesimo dell’incontro” si concepisce non come alternativa alla legge o alla oggettività, ma come la forma, il metodo con cui il cristianesimo conserva la sua natura, non diventa concetto o etica.

Qualunque esperienza cristiana, evidenziava Giussani, è fatta “dall’incontro con un fatto oggettivo, originalmente indipendente dalla persona che fa l’esperienza”. È però necessario “poter percepire in modo adeguato il significato di questo incontro”, il suo significato per la nostra esistenza. “Il valore del fatto con il quale ci incontriamo trascende la forza di penetrazione della coscienza umana e richiede di conseguenza un gesto di Dio”.

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Azurmendi rispondeva pochi giorni dopo a Luri riaffermando il valore di un incontro particolare. Il basco sottolinea che questa è la risposta all’emotivismo, la cui origine è da ricercare precisamente nell’Illuminismo: “Da Cartesio fino a Kant” gli illuministi “si sono fatti una buona scorta di stimabili presunti principi morali cristiani che consideravano intoccabili e superiori” e si sono messi a rendere ragionevole la legge morale “pensando che la sua ragionevolezza dipendesse dalla sottigliezza argomentativa che raggiungevano (non dalla sua origine cristiana). È stato questo l’inizio del fallimento dell’Illuminismo: aver sorvolato sull’autorità della fonte della moralità”. Il fallimento si constata nel “frastuono di argomentazioni ognuna più ‘autentica’ (…) Nietzsche ha messo a verbale questo fallimento: ognuno costruiva i suoi propri valori”. L’origine dell’emotività liquida che viviamo non è nel cristianesimo dell’esperienza, ma è in una ragione universale astratta che ha perduto sostentamento.

Quale ragione, quale sentimento, quale razionalità della fede valgono per il basco e il navarro? Luri sembra a suo agio con la soluzione che diede Hermann Cohen nel XIX secolo. Il filosofo tedesco, dopo aver cercato una “religione dentro i limiti della ragione (razionalista)”, scelse un “giudaismo che cessasse di essere sia la religione della legge come della ragione, perché il mandato di amare supera i limiti di qualsiasi altro imperativo”.

Azurmendi evidenzia che con l’incontro non si accantona la ragione e l’amore diventa forma di conoscenza. Si conosce attraverso qualcosa/qualcuno particolarmente capace di risvegliare “lo stupore (…), la sorpresa davanti a un fatto che contraddice la nostra esperienza passata, (…) l’emozione che smuove in modo positivo i neuroni-specchio”, portando alla conclusione che “ciò tanto inaspettatamente buono (incontrato) è altrettanto buono per me”. È stato il metodo di Gesù con i suoi discepoli, dei primi cristiani che fecero “confrontabili le loro vite” con quelle dei pagani. “È il metodo che usiamo noi umani per migliorare costantemente le nostre vite”, afferma il basco.

Il dialogo è avvenuto in un momento in cui si è fatto per noi urgente tornare a imparare come usare la ragione per poter risvegliarci.

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