Tritolo e facce di bronzo

- Maurizio Vitali

Molti si sono appropriati disinvoltamente di un uomo simbolo, Giovanni Falcone, dopo averne combattuto senza scrupoli le idee, frenato le iniziative e isolata la persona

Falcone e Borsellino Capaci via d'Amelio
I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (LaPresse)

Ci vuole la faccia come il bronzo per appropriarsi disinvoltamente di un uomo simbolo, martire della mafia, dopo averne combattuto senza scrupoli le idee, frenato le iniziative e isolata la persona. Parliamo di Giovanni Falcone. Naturalmente la differenza di idee è più che legittima. Uno può rendere omaggio a Falcone che ha perso la vita per la lotta alla mafia essendo, per dire, contrario alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, cui invece Falcone era favorevole; o sicuro dell’obbligatorietà dell’azione penale su cui invece Falcone aveva dubbi.

Ma la storia racconta dell’altro. La storia vera, che è nota ma ciononostante viene sovente occultata da smemorati intenzionali e inguaribili ipocriti. Quindi: chi era Falcone? E chi erano i suoi nemici?

Sono cose note, ma è meglio rinfrescare la memoria.

Falcone fu l’uomo chiave, con Borsellino e altri, del primo pool antimafia creato dal capo della procura di Palermo, Rocco Chinnici (quasi subito ucciso da Cosa nostra, nel 1983). Nel 1984, dagli interrogatori del mafioso Buscetta, Falcone comprende l’organizzazione di Cosa nostra e ne indaga i flussi finanziari. La mafia gli ammazza due stretti collaboratori, Cassarà e Montana e lo inquadra nel mirino, insieme a Borsellino. Gli tocca abitare per un po’ nel carcere dell’Asinara. Lì istruisce il primo grande processo di mafia, il maxi-processo di Palermo, 1986-87, 360 condanne e 2.265 anni di carcere. L’anno dopo è bersaglio di un (fallito) attentato mafioso al tritolo. Nello stesso anno 1989 non abbocca alle false dichiarazioni del mafioso Pellegritti rivolte contro l’andreottiano Salvo Lima in ordine agli omicidi di mafia di Piersanti Mattarella e Pio La Torre, e lo accusa di calunnia. Nel ’91 la Procura di Palermo si accinge a processare per quei delitti i vertici di Cosa nostra. Falcone accetta la proposta del ministro della Giustizia, Claudio Martelli, di andare a dirigere l’ufficio Affari penali del ministero della Giustizia per creare la Procura generale antimafia. Suscitando la gelosia di tanti colleghi. A maggio la morte nella strage di Capaci.

E chi furono i nemici di Falcone? Gli assetti di potere della corporazione e il nascente giustizialismo organizzato. La sua stessa corrente, Magistratura democratica (sinistra già filo-Pci) che gli votò contro, al Consiglio superiore della magistratura, scegliendo Antonino Mele al posto di consigliere istruttore. Poi Leoluca Orlando, sinistra Dc, fondatore della Rete, ora Pd, dal 1985 a oggi cinque volte sindaco di Palermo. La Rete fu la prima formazione politica dichiaratamente “degli onesti”, che pescava nell’elettorato cattolico con il favore di giudici, gesuiti (Sorge, Pintacuda, Martini), e comunisti.

Quando Falcone non stette al gioco del mafioso “pentito” e quindi non perseguì Lima, avversario di Orlando, questi lo accusò, in tv, a Samarcanda condotta da Michele Santoro, “di nascondere nei cassetti quanto bastava per fare giustizia sui delitti di mafia”. Cioè per far fuori i suoi avversari politici. Falcone replicò: “Questo è un modo di fare politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo”. Orlando e i suoi (Galasso e Mancuso) tanto fecero da costringerlo a difendersi davanti al Consiglio superiore della magistratura. Quando nel 1989 Falcone scampò all’attentato dell’Addaura, da sinistra lo accusarono, come testimoniò il politico comunista Gerardo Chiaromonte, di esserselo fatto da solo per propaganda. Quando infine, avendogli i suoi sodali magistrati tagliato tutte le strade, andò a lavorare al ministero della Giustizia, con l’idea di creare la Procura nazionale antimafia, Magistratura democratica comunicò che la Direzione nazionale antimafia voluta da Falcone rappresentava “una grave lesione alle prerogative del parlamento e all’indipendenza della magistratura”, tanto da considerarla “un disegno” per una “ristrutturazione neo-autoritaria”. Su Repubblica del 9 gennaio 1992, Sandro Viola scrisse che non poteva più “guardare Falcone con rispetto”, e lo invitò ad “abbandonare la magistratura”.

La storia, che è la storia della nostra sedicente seconda repubblica, e anche della terza, è andata così: al garantista Falcone tritolo della mafia; all’avversa parte giustizialista, potere.

Con l’happy end degli scandali di questi mesi e giorni, che forse qualcuno spera di nascondere sotto un qualche pietoso velo. Magari sotto la bandiera del vecchio nemico Falcone. Ma si illude, perché non tutti hanno perso la memoria e non tutti hanno la faccia come il bronzo.

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