Religiosamente laici

- Fernando De Haro

In occasione della presentazione della versione digitale de Il risveglio dell’umano, in Spagna c’è stato un interessante dibattito tra credenti e agnostici

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Julián Carrón

Religiosamente laici. Questa espressione può essere la sintesi di un nuovo dibattito sull’ultimo libro di Julián Carrón (“Il risveglio dell’umano”) che si è tenuto in occasione della presentazione in Spagna della versione digitale. Un nuovo dibattito che ha interrotto la tradizionale discontinuità e incomunicabilità che solitamente predomina il mondo dei credenti e dei non credenti. E non si è trattato di uno degli abituali gesti ecumenici nei quali si fa molta attenzione a evitare passi falsi o ad affermare certezze. L’incontro, tenutosi in via telematica mercoledì scorso, è ruotato attorno a ciò che uno dei partecipanti, il giornalista agnostico Pedro Cuartango, ha chiamato “la sconfitta del nichilismo”, o a quanto l’altrettanto agnostica Pilar Rahola ha definito “il ritorno delle domande che non vogliamo porci”.

Due agnostici e due cattolici (il poeta Jesús Montiel e l’autore del libro) oltre i confini di due mondi differenti creati dalla recente storia della Spagna. La ragione dell’esperienza, resa urgente dalla sfida del coronavirus, non si può isolare facilmente dentro limiti prestabiliti. Il cristianesimo, come ha affermato Rahola, “quando non è un concetto astratto, quando non è formule che si ripetono”, ma una presenza luminosa, invita a “passare dal dubbio alla possibilità di credere”.

L’incontro ha avuto un valore speciale: un’occasione in più nella quale si sono superate le regole della società secolare, che obbligano a non parlare di certe cose se non nelle sacristie. La rifondazione della democrazia spagnola ha trovato la sua Pace di Vestfalia, trecento anni dopo, nel patto costituzionale del ’78. La storia di buona parte dei secoli XIX e XX di questo Paese è una riedizione delle guerre di religione tra laici e cattolici. Sfortunatamente, la parola guerra non è una metafora. Almeno fino a quando la transizione alla democrazia non ha stabilito un consenso attorno a certi principi sui cui fondamenti non c’era bisogno di discutere. Tutto quel che va oltre l’etico è stato privatizzato per garantire la convivenza.

In questo processo ci sono stati senza dubbio fattori positivi: il Partito Comunista con la sua strategia di riconciliazione nazionale ha rinunciato a imporre un progetto egemonico attraverso il potere, come fatto dalla Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II. Tuttavia, alla fine questo si tradusse per i cattolici tecnocratici e i cattolici di sinistra in una reinterpretazione etica del proprio ruolo sociale. L’esperienza della fede doveva rimanere nascosta nella nuova città. Passando il tempo, il consenso-sui-principi-che-non-si-discutono si è dissolto e sono tornate a manifestarsi le diffidenze: verso un mondo cattolico visto con la pretesa di imporre un minimo etico non condiviso e verso un mondo laico accusato di voler ridurre le differenze a un pensiero unico.

La crisi determinata dal Covid-19, tuttavia, ha comportato in Spagna (e nel resto del mondo occidentale) l’accelerazione di alcuni aspetti della società “post-secolare” . In alcuni settori i vecchi pregiudizi secolari sono spariti: Dio non è più tabù. Stiamo assistendo, indicava Julián Carrón, a un dialogo universale su tutta la stampa sul significato della vita e della morte. Citando il primo Ratzinger di Introduzione al cristianesimo, sottolineava che “sia il credente che il non credente partecipano, a loro modo, nel dubbio e nella fede”.  “Ci siamo scoperti tutti compagni di cammino, tutti stiamo scoprendo ciò che sostiene le nostre vite”, aggiungeva, indicando la connessione tra il particolare (quello che prima si doveva privatizzare) e l’universale. L’affermazione della certezza, in questo caso una relazione, non impedisce la discussione, la apre. È sparita qualsiasi pretesa di egemonia. Carrón è apparso molto contento del suo dialogo con Rahola y Cuartango, perché lo aiutava ad approfondire maggiormente la razionalità della fede. “Ho scritto  il libro per questo, per rispondere a queste domande: cosa è la religiosità e perché è razionale la fede. E parlo con tutti per comprovare questa razionalità”. La fede non deve essere difesa da quelli che non credono, si arricchisce con le loro domande.

Cuartango, invece di ritirarsi davanti a una religiosità ancorata alla realtà, ha assecondato la proposta: “La pandemia ha fatto affiorare il senso religioso nel suo significato etimologico, come coscienza e come vincolo con ciò che è oltre”.  Rahola ha confessato: ” Quello che dice Julián mi obbliga ad accettare la possibilità di credere”. E qualche ora dopo scriveva su La Vanguardia: “Sebbene qualcuno sia agnostico e altri credenti, tutti siamo d’accordo che il Dio umano, quello che soffre e sta male con i sofferenti, è una presenza luminosa”.  

Senza dubbio, un simile dialogo non sarebbe possibile senza un presupposto condiviso. Il dolore, la comparsa del peggio dell’essere umano, o la tentazione del populismo (citata nella discussione), non possono nascondere ciò che Cuartango chiamava il trionfo sul nulla (“abbiamo visto gente che rischiava la propria vita per salvare gli altri”, “abbiamo scoperto che non possiamo salvarci da soli”). È la “esperienza di una dipendenza positiva” che Jesús Montiel descriveva nello sguardo dei suoi figli. “È la sconfitta di Sartre, perché l’inferno non sono gli altri”, come segnalava Rahola. ” La paura non è la prima cosa, è lo stupore” affermava Carrón, lo stupore “di fronte a una realtà che è indice di Qualcuno!”, commentava Montiel.

Non c’è isolamento tra i due mondi, tutti siamo religiosamente laici quando la realtà ci invita a usare la ragione fino in fondo.

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