A Napoli fallisce un’utopia, non la città

- Pietro Marzano

Il comune di Napoli, a causa della gestione utopica di de Magistris, è fallito. Occorre separare il vecchio debito dalla gestione ordinaria e fare investimenti lungimiranti

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Luigi de Magistris, sindaco di Napoli (LaPresse)

Condividere un’utopia è la più alta forma di coinvolgimento emotivo che può legare le persone ben oltre i vincoli familiari ed amicali, spesso accecandole. Vedere il futuro con le stesse lenti, immaginare le cose che possono accadere se, passo dopo passo, un’utopia si concretizza è una delle esperienze più significative per gli uomini. Ma spesso l’illusione si scontra con la realtà fino a sgretolarsi pian piano, diventando una slavina di macerie che sommerge ogni sogno. Il fallimento è lo sbocco più naturale di ogni utopia e spesso lo si dimentica, come ricordano i pochi che sono riusciti a fare del futuro immaginato una dato di fatto concreto. 

In politica il male dell’utopia è noto. Crea uno scollamento con i fatti e rende i protagonisti incapaci di rimeditare il proprio pensiero ed adattarlo a ciò che accade. Come noto almeno da febbraio il Comune di Napoli ha perso ogni speranza di restare in piedi da solo, oltre due miliardi di debiti lo appesantiscono di un fardello ingestibile, debiti nascosti alla meglio in una sequela di bilanci che, secondo la Corte Costituzionale, non erano redatti in modo regolare. La narrazione utopica di de Magistris, il primo protogrillino, lascerà alle sue spalle una fallimento epocale, ben oltre i volumi e la gravità dei suoi predecessori. Tutto è accaduto perché la città è stata tratta in inganno dalla visione populista di uno stile di governo rivoluzionario a chiacchiere. Assemblee di popolo, nuove forme di partecipazione, delibere sociali, tutto un armamentario di documenti propagandistici che nulla hanno prodotto. 

Ora che il fallimento è certo nella sostanza, occorre capire se nella forma si debba procedere ad applicare le norme sul dissesto o si debbano preferire operazioni di salvataggio stile Roma Capitale, per impedire che la città ed il suo hinterland, dopo la mazzata del Covid, debbano piegarsi ulteriormente. Perdere la gestione delle risorse umane, non poter investire e ridurre i servizi sarebbe, nel contesto della città, una scelta semplicemente suicida. La massa di illegalità e criminalità che ne verrebbe fuori non si potrebbe contenere e la probabile soluzione sarebbe il crollo di ogni residuo barlume di convivenza. Nessuno può augurarsi che Torino, che versa in condizioni simili, ed altre migliaia di enti locali chiudano applicando norme pensate in tempi di austerity ma che appaiono del tutto inadatte ad un periodo post-pandemico in cui, invece, l’incremento della spesa pubblica appare unico baluardo al crollo del Pil. 

Se un’utopia errata e senza concretezza ha condannato Napoli al fallimento sostanziale, è anche vero che la crisi degli enti locali territoriali viene da lontano ed oggi solo i comuni più avanzati, con partecipate pubbliche efficienti ed amministrazioni capaci, riescono a fare per bene il loro mestiere. Molti restano indietro anche perché aggravati da zavorre ed inefficienze difficili da gestire. E chi arriva a governare le città, di disastro in disastro, si ritrova una fascia tricolore senza avere gli strumenti per fare almeno un po’ il proprio lavoro. 

Ora che il Paese si appresta a chiedere in Europa finanziamenti e investimenti è forse giunto il momento di mettere ordine e di dare ai sindaci che verrano la responsabilità è l’opportunità di governare le città secondo i loro bisogni e le le loro necessità. Con delle norme precise e cucite addosso a Napoli, come Torino, per superare la stagione dei narratori erranti. Partendo da una separazione della gestione del vecchio debito dalla gestione ordinaria.

Del resto il patrimonio che giace nei bilanci dei comuni, ed in particolare in quello del Comune di Napoli, rappresenta una posta patrimoniale ampiamente sufficiente a garantire i debiti e ben si potrebbe sdoppiare la gestione del pregresso dalla gestione dell’ordinario rimettendo finalmente i moto la macchina del Comune di Napoli come di altri enti locali. 

Napoli resta un centro nevralgico per il Paese per le potenzialità inespresse che può mettere in movimento e per il possibile recupero di crescita che la città può offrire; ma è anche e soprattutto il luogo in cui la battaglia contro la deriva sociale è più feroce. Resta una città in balìa di parcheggiatori abusivi, clan e irregolarità diffuse figlie di un’antica dedizione all’anarchia che è un tratto culturale dannoso e mai affrontato. Ma è ancora ricca di risorse umane straordinarie, di spazi unici, culture e competenze che vivono e prosperano legittimamente nonostante tutto.

Per avviare un percorso autenticamente riformista e per avere a portata di mano una ipotesi di reazione allo sfascio inevitabile che l’abbandono utopico alle regole “popolari” ha generato servono più controlli, maggiore presenza dello Stato e una visione corretta del futuro che assomigli a un progetto concreto di ristrutturazione che liberi le energie positive, non ad una utopica illusione che giustifica l’andazzo anarcoide che ha portato al fallimento. 

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