Nel nome di Santa Sofia

- Giovanna Parravicini

Si sta discutendo sullo status della basilica di Santa Sofia a Istanbul. La storia ha visto molto tentativi alterni di mettervi sopra un simbolo religioso; bisognerebbe rileggere Bulgakov

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L'interno di Santa Sofia a Istanbul. È un museo, diventerà una moschea (LaPresse)

In questi giorni si sta discutendo sullo status della basilica di Santa Sofia, a Istanbul: costruita nel 537 da Giustiniano come la chiesa madre della cristianità, convertita in moschea dopo la caduta di Costantinopoli per mano dei turchi ottomani nel 1453, trasformata in museo nel 1935 per decreto del “padre della patria” Mustafa Kemal Atatürk, ora entro il 15 luglio il Consiglio di Stato turco dovrà decidere se l’edificio tornerà a essere moschea.

Una battaglia legale, quella in corso, ma soprattutto politica; già in passato il presidente Erdogan aveva promesso di riportare l’edificio alla funzione di luogo di preghiera islamica, e ora, dopo che il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha chiesto di non toccare Santa Sofia, la Turchia ha replicato evocando la sua “sovranità” sull’edificio e respingendo ogni “interferenza” esterna. Intanto la comunità ortodossa lancia l’allarme, appellandosi, tra l’altro, all’Unesco perché intervenga a tutela di un luogo riconosciuto dal 1985 come Patrimonio dell’umanità.

Sullo sfondo dei nostri problemi planetari, si potrebbe ritenere che le sorti di Santa Sofia siano una questione di secondaria importanza, che riguarda in fondo gli studiosi del mondo bizantino e gli appassionati di storia dell’arte, timorosi di perdere un tesoro artistico inestimabile, o al più un punto d’onore per cristiani e musulmani, che rivendicano entrambi a questo edificio un’identità–simbolo per la propria religione. Rivendicazioni di questo genere erano già apparse tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso, quando nel corso della guerra russo-turca l’impero russo aveva sognato di poter rimettere le croci sulle cupole di Santa Sofia ricostituendo in tal modo la “Seconda Roma”: un sogno che si sarebbe clamorosamente infranto di lì a breve tempo, nel sangue di una tremenda rivoluzione che andò a colpire proprio i fondamenti cristiani – o pretesi tali – dello stesso impero russo.

Non la pensava così un esule russo, uno dei più grandi teologi ortodossi – padre Sergij Bulgakov – che venne a trovarsi nel 1922 a Istanbul, ed entrò in Santa Sofia, allora ancora moschea. Forse può illuminare anche noi, oggi, la riflessione di un uomo che contemplò le volte auree, luminose di questo “Tempio universale”, portando ancora nella memoria il trionfalismo di un impero pronto a fare dell’ortodossia uno strumento del proprio ordinamento, e avendo negli occhi gli eccidi dei credenti, le icone e le croci infrante dalla rivoluzione e dalla guerra civile. La riflessione di un uomo che, per usare l’espressione di Chesterton, “avendo fatto naufragio sul serio, trovava sul serio quanto gli occorreva”.

Giustiniano aveva eretto questa chiesa – che oltre che un simbolo sarebbe divenuta il modello di migliaia di chiese in tutta la cristianità – dedicandola alla Sofia, cioè alla Provvidenza, alla Presenza divina che anima la storia, le dona un significato e le imprime il moto verso il suo compimento. E padre Sergej, entrando con umiltà in questo luogo di culto ormai a lui estraneo, che non aveva più nulla dell’antico splendore (“Che cosa doveva essere qui, quanto l’imperatore e il patriarca con tutto il clero in paramenti dorati, nell’oro della Gerusalemme celeste, celebravano, e il Tempio era colmo di oranti, e l’altare ardeva di fiamme, e fumava di incenso: quando ferveva la pienezza di vita, e non era un corpo morto! Che cosa doveva essere l’ideazione del cerimoniale sacro, della liturgia che si celebrava in questo Tempio, non c’era sulla terra un’ideazione tanto eccelsa, come non esisteva celebrazione liturgica di pari bellezza…”), intuisce una verità ancor più profonda: questo “vuoto” è popolato dal richiamo, dalla nostalgia acuta della pienezza della rivelazione, di una pienezza che ricapitoli in sé e in qualche modo abbracci e inveri tutte le culture, le fedi, le culture. Una pienezza che invece i figli di Dio hanno barattato con i loro meschini giochi di potere, a cui Bulgakov, in quegli anni, dà il nome di “bizantinismo” ortodosso, da un lato e, dall’altro, di “arroganza romana”.

“E adesso? – prosegue padre Sergij. – Adesso qui si prega Allah, il santuario è stato sottratto a Cristo e dato al falso profeta. E i figli d’uomo ne sono scandalizzati. Tuttavia, anche ora qui si prega Dio, e si prega degnamente, forse più degnamente di quanto pregherebbero coloro cui dovrebbe appartenere ora il Tempio… Dio ha rimosso il candelabro (cfr. Ap 2,1-5: “All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi: … Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto”), e ha dato il Tempio a un popolo straniero, come un tempo aveva lasciato i tesori del suo primo Tempio in mano ai conquistatori”.

In quei tragici anni, padre Bulgakov ravvisava in questa divisione tra i cristiani, esito del tradimento della propria vocazione e del proprio mandato, il nucleo della catastrofe che stava abbattendosi sull’Europa e sul mondo. Per questo, non pensava assolutamente a invocare per Santa Sofia lo status museale “neutro”, di cui si accontenterebbe tranquillamente oggi la maggior parte degli europei di tradizione cristiana, e a maggior ragione stigmatizzava un’azione militare che “marciasse con stivali militari” per “piantare la croce in Santa Sofia”. No, la sua era la consapevolezza assoluta e matura che “Sofia è il Tempio universale e assoluto, essa appartiene alla Chiesa universale e all’umanità universale, e appartiene al futuro universale della Chiesa. E ora, finché non apparirà la Chiesa universale nella sua forza e gloria, nell’epoca dello scisma ecclesiastico esteriore e interiore, essa è stata tolta ai cristiani e data a vicari”.

Per Bulgakov l’alternativa era chiara: “O Sofia è solo archeologia, un monumento architettonico già contrassegnato dai segni dell’inevitabile distruzione – e allora tutto questo progetto di piantarvi la croce [oppure la mezzaluna, potremmo dire oggi], è solo un’ambizione sciovinista”, oppure – aggiungeva – “Sofia è realmente quello che è, un simbolo divino, un segno, una profezia” dell’unità di Dio tutto in tutto, di Cristo tutto in tutti, una testimonianza scavata nella pietra e intessuta nella luce dell’“oltre” a cui i cristiani sono chiamati, radicandosi nell’unica Sofia, cioè nell’unica Presenza che può far sentire amica, fraterna, desiderabile la realtà – circostanze, persone, culture – in tutti i suoi aspetti.

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