Delitto di Colleferro, Saviano, Caino e Abele

- Maurizio Vitali

Sul delitto di Colleferro si sono dette e scritte molte cose, buttandola in fiction e in politica. Ma dal reale non si può espungere il mistero: del male e soprattutto della libertà

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Roberto Saviano (LaPresse)

I delitti in Italia servono a due cose: a buttarla in telenovela, per fare audience, e a buttarla in politica, per raccattare consenso. Non è sfuggito a questa sorte l’omicidio di Colleferro, la morte di un ragazzo, Willy Monteiro, causata dal feroce pestaggio subito ad opera dei fratelli Marco e Gabriele Bianchi, di Francesco Belluggia e di Mario Pincarelli, tutti appena più che ventenni e accusati di omicidio volontario per futili motivi. Roberto Saviano, sì proprio lui (e non mi sembra molti altri), ha detto qualcosa che cerca di aprire un varco di riflessione non imprigionato tra la Scilla della fiction e la Cariddi dell’uso politico. Spero di non sbagliarmi.

A buttarla in fiction seriale sono adusi i media. Cominciando dai Tg di prima serata: i nostri sono quelli in Europa che dedicano più spazio ai delitti (11%, Francia 4%, Germania 2,2%, dati 2010), benché questi siano drasticamente in diminuzione da anni.  Ai giornali tocca pur seguire l’onda: due pagine al giorno e richiamo in prima dal 7 settembre a ieri. Fate conto, 15 metri di testo in colonna per un delitto, efferato fin che si vuole, ma semplice e subito evidente nella sua dinamica essenziale. Invece lì a menarla e rimenarla su luogo, orario, rissa, futili motivi, ragazze, atti sessuali, cimiteri, tatuaggi, arti marziali, palestre: tutte cose evidenti e presto dette; e invece drammatizzate, slungate e frullate come ingredienti del serial.

A buttarla in politica possono essere i politici ma non solo.  Colpisce che una famosa intellettuale e scrittrice e una giovane influencer dei social finiscano per dire la stessa cosa: causa del delitto è nella “cultura fascista” che permeerebbe radici ambientali e richiami simbolici degli assassini, oltre che, più o meno sottinteso, i partiti della destra. Il giudizio di Dacia Maraini è frutto di una antica radicata posizione culturale che identifica nel fascismo il male assoluto, cioè la volontà violenta di affermazione di sé contro l’altro; e che per deduzione (ideo)logica stabilisce che dove c’è simile volontà violenta, c’è fascismo. Mi permetto non condividere, ma è una posizione culturalmente “pensata”. Il giudizio della Ferragni… non giurerei che derivi da un’altrettanto pensata interpretazione della storia d’Italia.

Comunque sia, buttarla in fiction e buttarla in politica sono due giochi che si tengono su a vicenda: la prima aiuta la seconda. La narrazione (e le foto ripetute), i tatuaggi, le arti marziali, la palestra, la periferia degradata eccetera suggeriscono una pseudo realtà che consente di identificare l’avversario, mentre la realtà non lo consente.

Dunque cosa ha detto Saviano? “Capisco tutti questi commenti (sul fascismo eccetera, ndr) , ma sono riflessioni superficiali che non possiamo permetterci. Sappiamo che quando parliamo di odio razziale che non è questa la spiegazione della morte di Willy. Sbagliamo ad applicare le categorie dello scontro politico a un episodio di violenza che ci mostra qualcosa di infinitamente più grave”.

Saviano propone poi, condividendo Emanuele Macaluso, “un’analisi seria della vita sociale in tanti Comuni, in cui mancano centri di aggregazione e dove la famiglia da sola non ce la fa”, e di aprire su questo “un dibattito serio, un dibattito davvero politico”.

A questo punto mi sorgono domande, che qui espongo.

1) Colleferro è una normale operosa cittadina, non una periferia degradata. Da dove nasce allora in un ragazzo la pulsione violenta?

2) Gli omicidi in Italia sono calati in 20 anni da 1.400 a 350 all’anno. Il caso di Colleferro è esemplare di situazioni estreme o ci fa puntare l’attenzione sulla carica di rabbia pronta a esplodere che tanti abbiamo dentro?

3) C’è un nesso tra la volontà di violenza e il nichilismo, per cui nulla vale e io mi affermo se sono più forte degli altri? Cioè non è il nichilismo (e non il fascismo, buonanima) il brodo di coltura?

4) Luoghi di aggregazione, certo: ma attorno a che cosa? basta una qualche passione o attività condivisa o più al fondo occorre una proposta plausibile che consenta alla persona il coraggio di dire io, in armonia con gli altri e non in opposizione?

5) Investimenti pubblici: ok. Ma siamo d’accordo che luoghi di aggregazione non falliti in partenza nascono non dall’ente pubblico, ma da esperienze di base? Caso mai l’ente pubblico supporta sussidiariamente.

6) Giustamente la famiglia da sola non ce la fa. Qui alludiamo all’educazione. Il Papa parla, in generale, della necessità di un nuovo grande patto educativo universale. Come non ripeterlo (penso qui soprattutto ai cattolici) a un ennesimo slogan o a un meccanico piano pastorale?

7) Infine, ma non meno importante, possiamo parlare di tutto questo espungendo dal reale la dimensione del mistero: mistero del male, e soprattutto mistero della libertà. Tema decisivo per cui l’educazione è necessariamente rischio, non procedura (neanche “pastorale”).

Caino e Abele, del resto, vivevano al centro del mondo, non in una periferia degradata, non c’era neanche l’inquinamento, Hitler e Mussolini non erano nati (se è per quello neanche Lenin e Stalin) e avevano avuto la stessa educazione: eppure gli esiti furono diversi. E allora come la mettiamo?

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