Moria e la crisi (ancora) sanguinante dell’Europa

- Fernando De Haro

Quanto sta accadendo in questi giorni nel campo di Moria sull’isola di Lesbo ricorda che la crisi dei migranti non è certo cessata in Europa

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Migranti dell'isola di Lesbo, Lapresse

I membri dell’Eurogruppo, i ministri dell’euro, si sono incontrati faccia a faccia a Berlino lo scorso venerdì, per la prima volta dopo sei mesi. La Presidente della Bce, Christine Lagarde, è stata netta: occorre mantenere gli stimoli (più spesa) per far fronte alla situazione economica provocata dal Covid in Europa. L’Ue si gioca il futuro in questa crisi e, finalmente, con il fondo Next Generation EU abbiamo qualcosa di più simile a una politica economica comune di quanto abbiamo mai avuto finora.

In quella stessa notte, nel campo di Moria sull’isola di Lesbo, molti dei suoi 13.000 rifugiati dormivano esposti alle intemperie, dopo che un nuovo incendio aveva devastato i loro precari alloggi. Moria è la grande prova di come continui a sanguinare la penultima crisi dell’Ue, la cosiddetta crisi dei migranti, più pensata che reale, rendendo così evidente la debolezza politica e giuridica dell’integrazione, la debolezza culturale della regione del mondo che, dalla storia e dal presente, è chiamata a essere una differente: una riserva concreta di umanità. Vedremo presto se il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, che in linea di massima dovrebbe essere presentato a fine settembre, dopo diversi rinvii, servirà a ottenere qualche progresso. Il miglioramento della politica di asilo europea è un’occasione per costruire più Europa.

Prima dell’incendio, già da molto tempo a Moria le condizioni in cui vivevano i 13.000 rifugiati erano disumane. Ancora prima dell’arrivo del Covid, c’erano diarrea, difterite e diverse malattie rare. Nel 2015, Moria doveva essere uno degli hotspot che avrebbero dovuto alleviare la pressione di cui stava soffrendo la Grecia, facilitando l’identificazione e la provenienza dei rifugiati. Si è subito trasformata in un campo di internamento. I suoi occupanti hanno solo un litro di acqua al giorno per bere, lavarsi e cucinare, le latrine sono rimaste quelle di un accampamento militare di 800 persone, la sporcizia è ovunque e per tutti manca la minima possibilità di intimità. La disperazione in alcuni casi provoca un fenomeno altrimenti infrequente come i suicidi infantili. Al momento, l’Ue ha annunciato solo un aiuto per far uscire dall’isola alcune centinaia di minori non accompagnati.

Moria è il risultato della mancanza di solidarietà con i Paesi del Sud e della reazione eccessiva davanti a un fenomeno che si è ingrandito: dal Welcome Refugees si è passati all’impressione di star subendo una colonizzazione anormale che potrebbe mettere in pericolo il Welfare state e l’integrità culturale dell’Europa. I numeri non dicono questo. Nell’anno critico, il 2015, quando si è registrato un milione di richieste di asilo, i primi sei Paesi per richieste (Sudafrica, Stati Uniti, Turchia, Malesia, Kenya ed Egitto) ne avevano ricevute 1,7 milioni. Il rapporto tra i flussi di rifugiati e la popolazione totale dei Paesi ospitanti è la stessa nell’Ue e negli altri dei Paesi con reddito elevato. La reazione iniziale della Commissione e poi del Consiglio fu l’approvazione di quote di reinsediamento (rendendo sicuro l’arrivo dai loro Paesi di origine dei rifugiati particolarmente vulnerabili) e quote di ridistribuzione, con il trasferimento dai Paesi maggiormente sotto pressione (Italia, Grecia e Ungheria) ad altri Paesi membri.

Il programma di reinsediamento ha funzionato relativamente bene e dei 22.500 rifugiati previsti ne sono stati reinsediati 19.400. Situazione ben diversa per la ridistribuzione: era stata prevista per 160.000 rifugiati, ma è stata effettuata solo per 34.000. Alcuni Paesi non hanno mai voluto partecipare al sistema delle quote e altri non le hanno rispettate. Ungheria e Polonia mantengono un rifiuto totale ad accogliere, malgrado siano stati condannati dalla Corte di Giustizia dell’Ue. Alla fine, nel 2016, si è arrivati a scegliere l’esternalizzazione del controllo tramite un accordo con la Turchia. Un accordo che violava il diritto internazionale e che ha messo l’Unione europea nelle mani del nazionalismo neo-ottomano di Erdogan. La pressione sulla Grecia si è ridotta in modo significativo: gli arrivi mensili sono di poche migliaia e per la maggior parte si tratta di afgani. Ne hanno fatto le spese i diritti umani, lasciando nelle isole greche 40.000 persone in una terra di nessuno in una situazione deplorevole. Sembra che vengano utilizzati per scongiurare “l’effetto chiamata”.

I criteri per concedere o negare l’asilo sono un questione nazionale e, secondo il successivo Trattato di Dublino, il Paese di entrata continua ad avere la responsabilità di processare le richieste. Tutto questo provoca evidenti disfunzioni. Spagna, Italia, Grecia, Cipro e Malta chiedono, con ragione, che si stabilisca un meccanismo di ridistribuzione obbligatoria tra tutti gli Stati membri.

Tuttavia, tra tutte le questioni in gioco forse la più rilevante è quella dell’integrazione. Una parte del mondo con 500 milioni di abitanti e una grave crisi demografica dipende in larga misura dalla sua capacità di accoglienza, che non è solo un imperativo umanitario, ma la prova di quali sono le certezze e le evidenze di cui vive. Si può integrare quando si è sicuri di chi si è, quando si è disposti a imparare da tutti.

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