Sanità territoriale, non serve un altro “silos”

Il nodo fondamentale per la sanità territoriale è costruire comunità di professionisti per condividere esperienze, casi clinici, progettualità e innovazione

pediatri tamponi
(Pixabay)

Le critiche avanzate da Agenas hanno aperto un dibattito sul destino del Sistema sanitario regionale lombardo, arrivando a definire sanità territoriale e di medicina generale come snodi fondamentali di qualsiasi tentativo di riforma. Tuttavia, ci sembra siano fin qui mancate proposte concrete per affrontare la questione.

Le cure primarie sono intese come capillare luogo di prossimità in cui il bisogno della persona viene preso in carico secondo princìpi di globalità, continuità e integrazione degli interventi. La loro base oggi è la medicina generale, a cui nel tempo sono stati aggiunti molti “servizi” come infermiere di famiglia, cure palliative domiciliari, Assistenza domiciliare integrata, Rsa aperta.

Si sono creati così dei “silos” non comunicanti, secondo l’abitudine di una pubblica amministrazione che riversa sul cittadino la propria inefficienza, dovuta alla scarsa collaborazione fra i vari soggetti e aggravata dall’assenza di servizi digitali integrati. A ciò si aggiunga che circa il 40% dei 7mila Medici di medicina generale (Mmg) presenti in Lombardia lavora ancora in studi singoli, spesso senza personale di supporto e che, da qui al 2023, quasi la metà di essi andrà in pensione facendo mancare almeno 2.500 nuovi professionisti. Occorre una revisione radicale dell’intero settore.

Temiamo però che la soluzione proposta su queste colonne da Marco Magri – quella di usare le Cooperative di servizio tra Mmg per dare loro una forma organizzativa in grado di porsi come riferimento per gli altri attori del sistema (ospedale, enti locali eccetera) – comporti due rischi: snaturare uno strumento nato per fornire servizi a professionisti singoli o associati e non per occuparsi di politica professionale e creare un ulteriore “silos” non integrato con il resto del sistema.

Il nodo fondamentale per la medicina generale, secondo noi, è costruire sul territorio comunità di professionisti, che possano così condividere esperienze, casi clinici, sviluppare progettualità cliniche e ipotesi di innovazione organizzativa da proporre alle istituzioni, uscendo da una mera prospettiva di tutela della professione, funzione per cui esistono già i sindacati.

La pandemia dimostra che nessuno può risolvere i temi della salute da solo: ciò è possibile solo mettendosi insieme fra professionisti, fra chi è chiamato a mettere scienza e coscienza al servizio del bene comune.

A questi professionisti vanno garantiti spazi decorosi di lavoro, con adeguati servizi quali personale di supporto infermieristico e segretariale, oltre che degli opportuni sistemi digitali che permettano collaborazioni a oggi assenti sul territorio.

Occorre un deciso intervento per:

• assicurare risorse economiche adeguate, come ogni riforma richiede, anche attingendo ai fondi europei (Mes e Next Generation Eu);

• incentivare la costituzione di team funzionali delle cure primarie (Mmg + infermiere + segretaria), dotati di sedi adeguate – cui eventualmente far accedere anche specialisti – e della possibilità di praticare attività diagnostica di base riconoscendo adeguate tariffe;

• recuperare spazi dismessi presenti sul territorio che potrebbero fornire sedi operativa ideali per i team di Mmg e il loro personale.

Si aprirebbe così uno spazio di competizione per le Cooperative di servizio e per soggetti in grado di erogare servizi di supporto necessari ai team di Mmg.

Vogliamo sottolineare che la pandemia, pur evidenziando le criticità presenti, ha fornito l’opportunità di avviare esperienze proprio in direzione di questo nuovo assetto della sanità territoriale. Pensiamo in particolare:

• ai neonati Centri di riferimento territoriale (Crt) come luogo ideale per favorire la costruzione della comunità professionale degli Mmg, in costante dialogo con la Ats, intesa non come megafono locale delle direttive regionali, ma come punto di ascolto e di mediazione tra i necessari indirizzi di sistema e le esigenze locali;

• agli hotspot Covid, come iniziali punti di erogazione di prestazioni che prendano in carico il bisogno di cura della persona in un’ottica di processo e non di singolo intervento fine a sé stesso. Se gradualmente estesi al complesso delle patologie croniche, potrebbero diventare un punto di incontro tra le comunità professionali degli Mmg e dei colleghi ospedalieri.

Osservando la realtà e l’esperienza, è possibile delineare proposte pratiche per l’adeguamento della Sanità sul territorio in base sia a esigenze generate da situazioni inedite, come la pandemia, sia dall’evoluzione della società. Auspichiamo un lavoro dal basso, nelle comunità locali, per dare sostanza al percorso descritto.

L’ipotesi di revisione della Legge regionale n. 23/2015 dovrebbe condurre a un testo legislativo di indirizzo che fissi una cornice senza entrare nei dettagli. Questi andranno definiti in un confronto tra Regione e istanze professionali, con l’obiettivo di fornire ai cittadini lombardi un servizio sanitario più efficiente e coeso, grazie al contributo di tutte le comunità di operatori che ne fanno parte.

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