Sud, Pnrr e cavilli

- Pietro Marzano

Molta parte del Sud non si è recata alle urne. Ora la promessa governativa di destinare al Mezzogiorno il 40% delle risorse va mantenuta. O tornerà l’antipolitica

sondaggi politici
il premier Mario Draghi con Luigi Di Maio (M5s), ministro degli Esteri (LaPresse)

Il Mezzogiorno sembra aver divorziato dal populismo protestatario che lo aveva animato sino a qualche tempo fa. Un divorzio certificato dalla fuga dalle urne e dalle percentuali minime che hanno raggiunto alle elezioni i populisti alleati del centrosinistra e del centrodestra. Una fase nuova che è lo specchio delle politiche governative ispirate da un senso di antica fedeltà allo Stato ed alle istituzioni piuttosto che dalla rincorsa ai sondaggi.

Uno stile produttivo, inoltre. L’economia in crescita, le riaperture e la rete protettiva attorno alle fasce deboli ed alle imprese paiono avere retto. Nessun rigurgito ribellista ha intercettato consenso ed in generale le elezioni hanno avuto toni bassi. Il voto, sebbene locale, era un test comunque importante perché se fosse andato in direzioni diverse ne avrebbe risentito la legislatura, oltre che il Governo, che invece può proseguire senza misurarsi con i desideri di urne immediati.

Il Mezzogiorno ha scelto di restare a casa, nella sua gran parte, ed è una scelta che ha però un che di politico. Tutti i candidati, infatti, hanno convenuto sulla necessaria di un cambio di passo nelle politiche locali, tutti hanno chiesto maggiore equità sui finanziamenti, tutti hanno, nella sostanza, abbracciato la tesi che servono maggiori risorse. Chi si è astenuto ha implicitamente avallato il percorso ed ha di fatto lasciato che una minoranza più motivata prendesse il potere. Nulla di nuovo nelle democrazie occidentali, ma guai a pensare che la questione meridionale, con il consenso dato a forze antisistema in maniera massiccia nel 2018, sia superata.

Questo clima è infatti perfetto per far riemergere insoddisfazione e protesta. La promessa di destinare al Sud il 40% delle risorse e di risanare con leggi speciali i disastrati conti degli enti locali è stata fatta da esponenti della maggioranza di governo senza che nessuno si dicesse contrario. Anzi, molti hanno declinato in modo molto simile le vie per investire le risorse aggiuntive e per creare nuove occasioni, dando per scontato che vi sarebbe stato un supporto straordinario da parte dello Stato al Mezzogiorno.

Questa promessa non si può tradire senza rischiare di spezzare ogni rapporto anche con la residua parte di elettori che si sono recati alle urne e che hanno premiato, con un voto strutturato e costruito casa per casa, i candidati più grigi, forse, ma esponenti di quella linea di governo che non sta lesinando quattrini e provvedimenti per far rinascere il Paese.

Passato il rischio, è necessario vigilare affinché qualche manina ministeriale non saboti la strada tracciata facendo il lavoro sporco e ribaltando quanto la politica va predicando. Nella sequela di documenti e progetti che accompagna il Pnrr riemerge periodicamente un comma, un paragrafo, un’interlinea, che tenta di sabotare la strada del rilancio del Mezzogiorno riportando la spesa pubblica verso terreni diversi.

Questo rischio è concreto e chiaro, come denunciato da studiosi e ricercatori, che apertamente hanno smascherato il lessico burocratico che tentava, ad esempio con il meraviglioso termine “territorializzabile”, di impedire di fatto al Mezzogiorno di ricevere concretamente i soldi promessi perché alcune linee di investimento non era possibile attivarle in uno specifico territorio. Guarda caso il Mezzogiorno.

La guerra sotterranea per le risorse, in buona sostanza, è in corso e diviene pubblica solo grazie al lavoro di chi riesce far riemergere dal sottosuolo della burocrazia una luce di verità. Un fiume carsico che si nutre di competenza e passione che sta vigilando sul corretto utilizzo delle risorse e che si può oggi avvalere di politici che non vestono i panni di Masaniello, impazziti con flotte immaginarie per salvare il mondo, ma di concreti gestori di potere avvezzi ai cavilli.

Non sarà entusiasmante questa stagione, ma potrebbe essere utile a patto che le promesse vengano mantenute.

Il rischio, altrimenti, è che un manipolo di burocrati teleguidati da sabotatori dell’interesse nazionale vanifichino il lavoro di Draghi e della Commissione europea, riconsegnando il Mezzogiorno nelle mani di altri populismi contro i quali, a quel punto, nessuno potrà più vincere.

Ne va del bene del Paese e della credibilità di Draghi e del suo Governo.

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