Reddito di cittadinanza? Distribuire soldi non basta

- Maurizio Vitali

Lavorare aiuta a capire di cosa siamo fatti. Ecco perché tante cooperative sociali sono maestre di vita, al contrario di chi percepisce il reddito di cittadinanza

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(LaPresse)

Sembrerà strano, ma l’attività di un centro di aiuto per adolescenti autistici ha molto da insegnare sulla dignità del lavoro. È la convinzione che ho tratto da una visita, sabato, all’Associazione “I gigli del campo” di Cernusco sul Naviglio (Milano). Per le persone con sindrome di Asperger, ha testimoniato Thérèse Joliffe, “la realtà è una massa confusa… niente sembra avere ordine o significato… Gran parte della mia vita è stata dedicata al tentativo di scoprire l’ordine nascosto di ogni cosa”.

Aiutare a rendersi conto dello scopo, dell’utilità e del significato di ogni presenza, gesto o azione, cioè dell’io nel suo rapporto con la realtà, è realizzato nella “Casa dei gigli” con diverse attività appropriate tra cui, e non marginalmente, il lavoro. Ad esempio curano piantine o mettono in ordine libri che poi propongono per le sale di attesa di medici. Scoprono la dignità di qualcosa che fanno, che dà piacere e che risponde a un bisogno di altri: un lavoro degno, essenziale per la persona.

Vale anche per le persone adulte con disabilità: alla Cooperativa solidarietà di Inarzo (Varese) le ho viste impegnate in un lavoro vero, commissionato da aziende di alto profilo, di assemblaggio di apparecchiature elettromeccaniche, di cui conoscono lo scopo, la destinazione e l’utilità; il salario per esse è prima di tutto segno della dignità del proprio lavoro riconosciuta, e non semplice valore di scambio per i consumi.

La dignità del lavoro è così strettamente connessa alla dignità della persona. Per tutti. Come ha insegnato papa Wojtyła, “attraverso il lavoro l’uomo realizza sé stesso”.

L’economia globalizzata pone l’accento non sull’uomo del lavoro ma sull’uomo del consumo.  Secondo il grande pensatore americano Michael J. Sandel (La tirannia del merito, Feltrinelli 2021; il capitolo Ripristinare la dignità del lavoro è pubblicato in Nuova Atlantide, n. 3) questo “corrode la dignità del lavoro”; il grande pensatore americano sostiene anche che a questa ideologia sono subalterne la maggior parte delle politiche economico-sociali, liberal, di centrosinistra, ma non solo. Se il capitalismo e la globalizzazione creano profitti e diseguaglianze, vincitori e perdenti, si tratta di indennizzare i perdenti aumentando il loro potere d’acquisto. A parte il fatto, osserva Sandel, che le diseguaglianze sono continuate ad aumentare, questa concezione identifica il bene comune con somma delle preferenze e degli orientamenti al consumo.

Dietro il reddito di cittadinanza in generale c’è una visione di questo genere, che ne rappresenta la parte nobile. Nell’ultima versione italica, ora in revisione, gli inventori hanno usato il cavallo di troia della giustizia distributiva per far passare il massimo possibile di assistenzialismo, clientelismo, inefficacia, navigatore, imperizia nell’organizzazione e nei controlli, e balconi da operetta per proclamare che ”oggi abbiamo sconfitto la povertà”.

Giù dal balcone, è interessante prendere in considerazione la “concezione contributiva” della  giustizia. Essa – dice ancora Sandel – ci insegna che siamo compiutamente umani quando contribuiamo al bene comune e ci guadagniamo e la stima dei nostri concittadini per i contributi che offriamo”, ed è “in qualità di produttori che sviluppiamo le nostre capacità offrire questi contributi, cioè “di fornire beni e servizi che soddisfino” i bisogni propri e della comunità. Come visto nei due esempi sopra descritti e in una buona sintonia, mi pare, con l’idea wojtyliana di dignità dei lavoratori.

Sono solo alcuni spunti. Ma bastano a convincere una volta di più che servono esperienze educative, serve guardare e imparare da queste esperienze; servono politiche attive per l’istruzione e il lavoro; serve un dibattito pubblico vero e aperto che confronti e metta in discussione posizioni culturali e non slogan da applauso.  Altrimenti ci ritroveremo sempre al risiko demagogico di chi pianta più bandierine sullo scacchiere dall’assistenzialismo clientelare che ignora la dignità del lavoro e non aiuta a ridurre la povertà.

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