Le amministrative e l’uomo a metà

- Giorgio Vittadini

A qualche giorno di distanza e a bocce ferme è utile fare qualche riflessione sulla recente tornata di elezioni amministrative

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(LaPresse)

A qualche giorno di distanza e a bocce ferme è utile fare qualche riflessione sulla recente tornata di elezioni amministrative.

Il mosaico è composito. Una vittoria del centrosinistra nelle grandi città come Milano, Napoli e Bologna. Una sconfitta del centrodestra rispetto alle attese. Il ballottaggio a Roma e Torino fra centrodestra e centrosinistra. Il successo di centrodestra in Calabria e in molti centri medi.

Tutte questi aspetti sono importanti. Ma anche in questa tornata di elezioni locali è nettamente aumentata la sfiducia nella politica: sembra il voto dell’uomo a metà come lo definisce Enzo Jannacci nella sua canzone.

La partecipazione alle elezioni amministrative è crollata in cinque anni dal 61% al 54,6%. E questo nonostante nel 2016 si votasse in un solo giorno. Forse non è un caso: mai come in questa occasione un tipo di elezione tradizionalmente molto sentita nel Paese dei mille campanili è passata quasi inosservata. Il confronto con cinque anni fa è impietoso: pensiamo al vivacissimo confronto del 2016 a Milano tra Beppe Sala e Stefano Parisi. Oppure al desiderio di rinnovamento (mal riposto) che ha portato al potere Chiara Appendino a Torino e Virginia Raggi a Roma. O ancora al ritorno allo spirito “descamisado” che ha incoronato come nuovo Masaniello Luigi De Magistris a Napoli.

Nulla di tutto questo si è ripetuto nel 2021. E non per caso. La gente giudica: in alcune di queste città la palese mancanza di esperienza e capacità ci ha fatto assistere ad anni di governo confuso e inconcludente. Un sindaco e un amministratore locale devono decidere su problemi spesso più complessi di quelli che deve affrontare un ministro. È lo stesso errore che si è fatto in questi decenni per scegliere dall’alto parlamentari, addirittura sottosegretari o ministri che hanno poi mostrato tutta la loro incompetenza.

C’è da stupirsi che sia mancato il dibattito sul futuro delle città, in un momento in cui, al contrario, il Paese ha imboccato una chiara direzione verso la ripresa economica, il rinnovamento e – speriamo – l’uscita dalla devastante pandemia da Covid-19.

In una città, come cambieranno, per esempio, le abitazioni, le attività produttive, i servizi di ristorazione, in una situazione in cui lo smart working sta modificando le abitudini quotidiane? Come ripensare produzione, consumi e stili di vita nella transizione ecologica? Come riprogettare i trasporti pubblici e privati? Come rendere le città più vivibili? Come configurare le attività socio-assistenziali a fronte di una popolazione sempre più anziana e vulnerabile? Come perseguire, al di là del colore politico, una collaborazione tra pubblico, privato e privato sociale? E come immaginare una seria lotta alle diseguaglianze e alla povertà?

Come impiegare, infine, in modo proficuo gli ingenti investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)?

Queste e altre domande dovrebbero riportarci verso il punto centrale.

Le elezioni amministrative servono per scegliere persone capaci di amministrate una città. Che significa trovare un giusto equilibrio fra le risorse a disposizione e gli obiettivi da perseguire. I sindaci, infatti, dispongono della leva fiscale, costituita da tributi locali, come le addizionali sull’Irpef di tutti i residenti, l’Imu sulle case e altri tributi.

I Comuni, specie quelli maggiori, dispongono di notevoli patrimoni immobiliari e di società di servizi che sono spesso dei veri colossi nel fornire trasporti, energia, infrastrutture.

I sindaci, quindi, dovrebbero avere un progetto di sviluppo per le città. Per attirare attività produttive. Per far crescere l’istruzione, la formazione, la sanità e favorire la natalità, in un Paese in cui la mancanza di figli è ormai un’emergenza.

Molti dei confronti in campagna elettorale, invece, sono scivolati su temi nazionali, in una sorta di prova generale delle future elezioni politiche.

Non sorprende, allora, che gli elettori abbiano disertato le urne.

L’unico antidoto è un ritorno a una vera politica sussidiaria che nasca dal dialogo con le persone, le associazioni, i movimenti, ben rappresentati dal Terzo settore.

Speriamo che a questo punto i sindaci e i consiglieri comunali eletti rilancino questo dibattito non solo negli organi istituzionali, ma anche con tutti i corpi intermedi.

Ultima nota. Un motivo di speranza sono invece i molti giovani che si sono presentati e in certi casi sono stati eletti. Una linfa vitale che potrà dare i suoi frutti con il tempo. A condizione che non abbiano scelto il loro partito solo perché il leader ha dato loro spazio o “è simpatico”. Mi auguro che tutti abbiano fatto lo sforzo di guardarsi dentro per capire, nel merito, quali valori e quali prospettive sentono propri. Per storia, per convinzione, per le esperienze che hanno fatto nella vita. Altrimenti, se questo non è avvenuto, anche il più entusiasta rimarrà deluso dalla politica. Dopo aver “rimbalzato” come utile pedina da un incarico all’altro.

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