Un reddito di (vera) cittadinanza

- Gianni Credit

Il Reddito di cittadinanza, pur modificato, resterà in vigore. Senza un intervento sul collocamento non potrà però funzionare realmente

Centri per l'impiego
(LaPresse)

Nessuno può ignorare quanto il Reddito di cittadinanza sia radicato nei principi generali della Costituzione: nei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale fra cittadini previsti dall’articolo 2. È però certamente un fatto che la prescrizione originaria della Carta abbia trovato realizzazione in una specifica misura di politica sociale oltre 70 anni dopo, solo nel 2019: per iniziativa del vicepremier M5S del governo Conte-1, in una cornice divisiva di populismo ideologico.

L’annuncio dal balcone di palazzo Chigi che “la povertà è stata sconfitta” non ha certo aiutato una reale condivisione civile per una svolta che altri Paesi europei hanno maturato lungo percorsi politico-economici ben più solidi. Due anni dopo un Governo di unità nazionale ha ora deciso di confermare come strategico il “reddito” concepito prima della violenta cesura-Covid.  Il sentiero appare stretto e accidentato, ma non impraticabile.

Non sorprende che il Premier Draghi inscriva la prosecuzione del Rdc – nel 2022 e oltre – nell’ampio orizzonte economico-sociale di una stagione di emergenza: “in cui i soldi si danno” a un sistema-Paese in forte difficoltà; in cui i soldi non mancano – nella prospettiva Recovery Plan – anche se neppure un euro può essere sprecato, “gettato dall’elicottero”. Il  progetto di Legge di bilancio2022 si muove tuttavia nel “qui e ora” di un Parlamento dagli equilibri precari, in un incerto finale di legislatura: un quadro in cui, anzitutto, M5S vuol fare inevitabilmente quadrato attorno alla “promessa mantenuta” con il 32% degli elettori italiani del voto 2018.

La relazione del Comitato scientifico istituito dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, e presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno appare dal canto suo equilibrato nel difendere la validità del “reddito” italiano, senza nascondere i limiti dello start-up. “L’aver iniziato l’erogazione monetaria senza aver prima provveduto a mettere in  grado i servizi di far fronte ai nuovi compiti loro assegnati – vi si può leggere – ha avuto le sue buone motivazioni nel desiderio di far fronte ai bisogni materiali di chi si trovava in povertà. Ma ha fortemente disallineato sostegno monetario e iniziative di attivazione, una situazione fortemente peggiorata dalla pandemia”. Lontano da ogni lamentela mediatico-demagogica sul “reddito recapitato a chi resta sul divano”, il rapporto riconosce quindi l’obiettivo largamente mancato dal Rdc in quanto “misura di rafforzamento della capacità delle persone”.

Nel disegno di legge di bilancio si nota certamente l’intento e l’impegno di andare oltre. L’Anpal viene rimessa al centro di un utilizzo del Rdc come veicolo di politiche attive del lavoro, come stimolo reale  e non solo programmatico e simbolico dei “patti per il lavoro e l’inclusione”. Rimane tuttavia irrisolto il nodo dei 4.841 “navigator” già assunti dallo Stato o per trasformare il Rdc da provvedimento assistenziale a leva di politica del lavoro.

Il Jobs Act  – l’unica vera riforma varata in Italia nell’ultimo decennio – non può restare un neonato “rimosso”  nel vetero-statalismo del collocamento pubblico proprio quando il Pnrr apre  al mercato del lavoro gli orizzonti della doppia transizione, ecologica e digitale. Le agenzie di mercato e i robusti modelli sperimentati da numerose politiche regionali esistono già. La costruzione di un  “vero” Reddito di cittadinanza va agganciata al loro rilancio.

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