Draghi, il Sud e il piano B che manca

- Pietro Marzano

Per alcuni il Sud è solo oggetto di scambio. Per altri lo Stato è solo un intruso da spremere. Due forze che (finora) hanno fermato Draghi

palazzo chigi
Palazzo Chigi (LaPresse)

La colpa di avere tra le mani un tesoro prezioso come il Mezzogiorno e non riuscire a farlo splendere come meriterebbe è equamente suddivisa tra chi ne ha disinteresse politico e chi vuole la statica riproduzione di ancestrali modi di vivere, in modo che tutto resti come è. In fondo è la vera alleanza che tiene ostaggio un pezzo di Paese, un saldo e tacito patto tra chi vorrebbe fosse cancellato dall’agenda come priorità il Sud e chi nel silenzio del diritto, del civismo e delle regole prospera nel Sud.

Entrambi hanno interesse comune. Viste dalle Alpi le terre lontane di Calabria o di Sicilia sono utili qualche mese l’anno per svernare, al massimo, e poco importa che se quei posti con regole esotiche e infestate da tribù di criminali siano per resto dell’anno periferia lontana. Non serve ricordare il pensiero dei filosofi illustri (ormai ricordati da pochi) che nell’arretratezza del Mezzogiorno vedevano uno specifico interesse delle potenze estere. Non serve perché la questione è attuale. Zaia ha detto chiaramente che per lui la questione meridionale è uno scambio politico. Aiuti a loro, autonomia a noi. Se avremo una devoluzione dei poteri statali allora la smetteremo di fare ostruzionismo per la rinascita del Mezzogiorno.

Chiaro e conciso ed anche molto sincero. Zaia è uomo intelligente e politicamente avveduto. Non ha bisogno di uscite scomposte per certificare il suo consenso e la sua legittimazione. Ha solo detto quello che lui, e molti politici, pensano. La condizione di malessere di un pezzo di popolo mi interessa solo in quanto funzionale ai miei interessi. Del resto è così che l’Europa ci ha trattati fino a poco più di un anno e mezzo fa. Cicale italiane, strutturali evasori fiscali, pensionati baby che chiedo aiuto. Si è visto poi quanto era sbagliata questa narrazione che accomunava olandesi, falchi tedeschi ed a tratti Orbán e qualche amico polacco. La svolta post-pandemica ha seppellito in Europa questa visione ma non è riuscita a far perdere ai politici nostrani questa capacità di dimenticare gli interessi del Paese per rivendicare quelli dei paesini in cui prendono voti.

Accanto a Zaia, ed ai “zaisti”, sono accomodati i fruitori più sfrenati dell’abbandono dello Stato come ente che esercita potere nel Mezzogiorno. Anche qui una classe storicamente ben rappresentata, fatta di questuanti del sussidio, di collettori di fondi perduti o di pensioni di invalidità farlocche (oggi redditi di cittadinanza indebiti), di tribù criminali con redditi pagati a settimana cash, come si usa nel clan, che vuole la morte dello Stato. Un intero mondo che della civiltà, dei controlli e della fatica di essere rispettosi dei diritti altrui non ha alcuna voglia di occuparsi.

Anzi, leggi e Stato, polizia e tasse sono roba da fuggire. Lo Stato mi curi, mi dia un sussidio, mi faccia fare come mi pare. Lo Stato visto come terzo estraneo, come invasore e corpo alieno a cui aggrapparsi per spolparlo ed a cui non riconoscere alcuna autorità. Non serve che legiferi o abbia i suoi tutori dell’ordine. Paghi solo, questo Stato colpevole, e si tolga di mezzo.

Insomma, per tutti questi alleati contro il Mezzogiorno il problema è lo Stato ed i soldi che prende o quelli che non dà abbastanza.

Entrambi ne vorrebbero molto meno di Stato in giro, se ne vorrebbero liberare, e creare, ognuno a modo suo, un proprio feudo con le proprie leggi, le proprie defiscalizzazioni di fatto o di diritto. Entrambi questi poli si fondono in una guerra alla comunità Stato e contro chi crede invece ad una possibile ripresa che passi dallo Stato e nel suo rafforzamento abbia l’obbiettivo.

Se queste forze prevarranno, difficilmente i piani di ripresa avranno tutti gli effetti sperati. Il debito che stiamo facendo potremmo ripagarlo solo se tutto il Paese cresce e non se alcuni pezzi vanno meglio di altri. Purtroppo su questo tema Draghi pare non avere ancora percepito che aver indicato in comuni ed enti territoriali gli attuatori del Pnrr rischia di essere una débâcle. Ad oggi professa ottimismo sul loro lavoro e sulla loro capacità, nel Mezzogiorno, di fare quello che serve a spendere i soldi. Ma i check in corso d’opera testimoniano che tutto è quasi fermo.

I comuni e gli enti territoriali del Mezzogiorno non hanno personale, non hanno cultura burocratica e non hanno progettualità in grado di dare il set di conoscenze e competenze per  svolgere il ruolo affidato. E tranne qualche eccezione, tutti aspettano con ansia, malcelata, di essere commissariati. Di essere, in sostanza, governati da fuori per perché incapaci, ad oggi, di provvedere al loro stesso minimo impegni di gestione.

Draghi ha di certo un piano B ed attenderà i primi esiti del monitoraggio (fine anno) per metterlo in campo. Nel frattempo dovrà anche riflettere se vuole offrire a chi crede nello Stato e nelle sue leggi la sponda istituzionale che serve. Per tenerlo unito e per far rispettare le leggi ovunque. Ma questo arriverà più avanti, sempre che la alleanza di fatto che vuole il Meridione affondato non avrà fatto troppi danni. Quando deciderà di salire al Colle o restare in trincea.

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