Se il Covid distrugge il lavoro femminile

- Gianni Credit

Le donne continuano a essere penalizzate sul mercato del lavoro. Governo e parti sociali dovrebbero cercare di affrontare seriamente il problema

covid colpo di tosse
Pixabay

Le donne lavoratrici – assieme agli autonomi – continuano a soffrire oltre misura dei lunghi postumi socioeconomici del Covid. È tornato a lanciare l’allarme Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’Istat. “La pandemia – ha detto –  profila traumi che lasceranno effetti permanenti difficili da valutare. Per esempio: quante donne passate all’inattività anche per gestire i carichi familiari rientreranno nel mercato del lavoro?”.

I dati che proprio l’Istat ha appena rilasciato per il mese di ottobre non lasciano molto adito a dubbi. Gli occupati in Italia sono cresciuti solo lievemente –  dello 0,2%, pari a 35mila posti in più. Ma gli occupati in più, concentrati tra i giovani under 25, sono tutti uomini. Mentre le donne, che più hanno subito la crisi Covid, non avanzano di un millimetro, con il tasso di disoccupazione femminile che cresce al 10,7%, oltre due punti sopra quello maschile. E se nell’anno della ripresa dal Covid gli uomini hanno recuperato 271mila posti di lavoro (+2,1%), le donne sono ferme a solo +118mila (+1,2%).

Sintesi cruda: meno di una donna su due oggi in Italia ha un lavoro. E quelle che sembrano per un verso “buone notizie” – la giovane età dei nuovi occupati e l’incremento dei contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato – sono “cattive” se guardate in ottica femminile. È evidente – nel caso – l’aggravarsi di una “dispari opportunità” precedente all’emergenza Covid verso le giovani che bussano presso le imprese in cerca di un impiego: e che continuano a scontare – a dispetto di annunci, impegni e normative – l’eterna diffidenza dei datori di lavoro verso le prospettive di maternità delle giovani lavoratrici.

Ma il panorama non cambia se osservato da altre angolature:  a cominciare – come ha sottolineato Blangiardo – dal fenomeno delle “grandi dimissioni“, ancora in pieno svolgimento e tutto da esplorare.  Quante donne lasciano il mercato del lavoro per scelta e quante invece perché obbligate da situazioni familiari variamente colpite dalla pandemia? Quante – ancora – sarebbero aperte allo smart working permanente o a tentare la via del lavoro autonomo in un quadro di certezze normative e di incentivi alla loro specifica “resilienza”? Quante nonne-lavoratrici over 55 potrebbero beneficiare di percorsi ad hoc, studiati fuori dalla “bonanza” dicembrina sulla legge di bilnacio, fuori dal calderone che tiene assieme i magmi della riforma pensionistica e del Reddito di cittadinanza?

Le domande – molte – potrebbero accumularsi. L’unica certezza è – al momento – che nessuna di esse ha risposta. Il Governo è certamente chiamato in prima linea. Ma anche le parti sociali – ultimamente capaci di produrre polemiche piuttosto che idee da concertare – non possono restarsene in retrovia.

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