Il Sud “e” il Nord nella Recovery italiana

- Ciro Acampora, Antonio Quaglio

Cosa può fare il Sud per il Nord, cosa il Nord per il Sud nell’era Recovery? Un tema importante anche per il nuovo Governo guidato da Draghi

napoli industria fincantieri castellammare lapresse 2018
Varo di una nave alla Fincantieri di Castellammare (Lapresse)

Cosa può fare il Sud per il Nord, cosa il Nord per il Sud nell’era Recovery? Intervistato da Repubblica, Giorgio Vittadini ha individuato l’impegno per una decisa riduzione delle diseguaglianze fra le diverse aree del Paese come priorità non rituale per il governo Draghi, appena entrato in carica. Non ha riproposto la “questione meridionale” come elemento fisso e stagionato del programma di un qualsiasi esecutivo italiano. Ha indicato invece nella ricostruzione dei rapporti fra Nord e Sud la chiave profonda della resilienza attiva cui anche il sistema-Italia è chiamato nella lunga exit dalla pandemia e dai suoi contraccolpi recessivi.

Sessant’anni dopo il famoso appello inaugurale di J.F. Kennedy – “chiedetevi, concittadini americani, cosa voi potete fare per il vostro Paese” – anche l’avvento di Mario Draghi a palazzo Chigi pare in effetti sollecitare l’intera società italiana a qualcosa di più di una sfida già di per sé impegnativa a rimarginare il crollo del Pil e dell’occupazione. Sembra pungolare gli italiani a entrare in una fase nuova della loro “democrazia repubblicana fondata sul lavoro”: a essere più “sussidiari” di se stessi, a non attendere solo dallo Stato tutte le risposte strutturali, di lungo periodo. La tenuta economico-sociale di un sistema-Paese come l’Italia sarà certamente tributaria, nell’immediato,  dei fondi europei. Ma la competitività dell’Azienda-Italia nel medio periodo non potrà che contare – nuovamente – su risorse non finanziarie: sul suo capitale umano fatto di imprenditorialità, efficienza amministrativa, dinamismo sociale. In una parola: senza una “coesione” nuova e reale – non solo formula sociopolitica – non sembra immaginabile alcuna Recovery.

Ebbene: cosa può fare, anzitutto, il Sud per il Nord? Il nuovo premier, nel suo discorso al Senato per la fiducia ha utilizzato un termine che più di tutti sembra dare la traccia al suo Governo: “Transizione”. Un aspetto declinato è stato quello della transizione culturale. Ebbene in quest’ambito il Sud è chiamato a dare delle risposte al Nord affinché la transizione richiesta e a cui è chiamato porti alla riduzione delle disuguaglianze territoriali divenendo una opportunità per il Paese.

Uno dei primi temi passa per il rafforzamento della coscienza civica. Uno dei mali del Sud è sicuramente la presenza della criminalità organizzata che è riuscita a radicarsi perché ha “costruito” una sorta di welfare criminale che ha “garantito” uno stipendio ai vari affiliati e ciò ha indotto nelle classi deboli l’illusione che quello fosse il loro futuro. Occorre, dunque, che il Sud maturi la coscienza civica che ciò non è il futuro. Ci sono esempi concreti. Alcune realtà territoriali, ad esempio la Città di Ercolano, grazie alla collaborazione tra imprenditori, forze politiche, forze dell’Ordine e magistratura hanno combattuto e sconfitto il racket.

Un secondo tema è quello di realizzare un miglioramento dell’offerta formativa moltiplicando gli esempi di collaborazione formazione-impresa sull’esempio di quello realizzato in Campania con il Cisco Digital Transformation Lab. Occorre cioè riqualificare l’offerta formativa  offrendo percorsi di formazione professionale in grado di guidare il cambiamento delle aziende verso l’innovazione digitale da completarsi rafforzando la presenza sul territorio degli incubatori d’impresa.

Un terzo tema è la valorizzazione della collaborazione tra le imprese rafforzando lo spirito consortile poco presente al Sud. Si fa riferimento ai consorzi di prodotti “doc” e “dop” e di sviluppo dei distretti turistici. I primi molto diffusi al Nord sono pochi presenti al Sud e ciò valorizzerebbe i prodotti del territorio. Sui distretti turistici, invece, vanno mutuate le esperienze dei territori di montagna perché possano essere replicati nei territori vocati al turismo estivo, enogastronomico e culturale dei grandi attrattori archeologici.

Cosa può, cosa deve impegnarsi a fare il Nord per una ripresa che coinvolga pienamente il Sud?

Un primo orizzonte strategico riguarda senz’altro il sistema bancario. I maggiori gruppi creditizi nazionali hanno la loro base tutti al Nord, così come le grandi Fondazioni che ancora ne presidiano gli assetti proprietari. Sono nel Settentrione, anzitutto, le leve di oltre un migliaio di miliardi di risparmio delle famiglie oggi congelati nei depositi e indisponibili al credito: per una scarsità di fiducia che tuttavia l’arrivo stesso di Draghi è parso già invertire in via tendenziale. Sono nei patrimoni delle Fondazioni del Centronord le stesse partecipazioni rilevanti nel capitale della Cassa depositi e prestiti, a fianco dell’azionista Tesoro. Il Nord “finanziario” non può non “tornare al Sud” per far credito e investimenti: sul mercato, ma quello dell’economia reale, non quello della speculazione.

Una seconda possibile linea dinamica concerne la ricostruzione di una vera rete universitaria nazionale. In essa la “pari opportunità” di education dev’essere reale per tutti gli studenti della penisola e nel network rinnovato a ricercatori e docenti devono essere offerti reali condizioni e incentivi per operare in un qualsiasi ateneo, dal Nord al Centro al Sud e alle Isole. Al pari del “turismo sanitario” a senso unico, anche quello “universitario” può e deve essere ridimensionato: i giovani del Sud hanno diritto a studiare in atenei competitivi come quelli di altre aree del Paese e un percorso da sperimentare è certamente quello delle nuove partnership fra università di diverse regioni, la fine di armonizzare verso l’alto l’offerta educativa e scientifica. E se al Sud ci sono “talenti accademici” da rivalorizzare (e ce ne sono), le politiche pubbliche faranno bene a puntarci in chiave di “hub nazionali”: con la collaborazione attiva degli atenei del Nord.  Se un’eccellenza accademica nazionale si consolida a Napoli, Bari o Catania, i giovani di Milano o Torino andranno lì a studiare, ricercare, insegnare.

Un ultimo spunto può apparire a prima vista settoriale. I grandi poli fieristici italiani sono tutti al Nord, anche se non mancano storiche piattaforme nel Meridione, ad esempio a Bari e Napoli. Sono d’altronde manifestazioni come il Vinitaly a Verona o il Salone del Mobile a Milano a essersi imposte come vetrine-crocevia del Made in Italy su scala globale. Sono fiere che sono già stabilmente proiettate  fuori d’Italia, tenendo eventi propri in altri Paesi o continenti. È una rete – quella delle fiere – che ha sofferto molto durante i lockdown e il cui rilancio è un dossier aperto sul tavolo del Governo: prevedibilmente in chiave di ristrutturazione strategica di settore. Un’occasione imperdibile per affidare alle nuove “super-fiere” nazionali una missione un più. Se un Salone del Mobile è un “patrimonio italiano” già di casa a Mosca e Shanghai, perché non pensare di investirlo anche nell’Italia del Sud, a favore dell’Italia del Sud? 

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