Quel cambio di passo sul Recovery italiano

- Gianni Credit

Il ministro dell’Economia ha delineato la cornice del Recovery plan. L’obiettivo: utilizzare al meglio le risorse per il massimo impatto socio-economico

Daniele Franco
Daniele Franco, ministro dell'Economia (LaPresse)

Il cambio di passo del governo Draghi sul Recovery Plan italiano è già visibile sul piano istituzionale. A tre settimane dal giuramento, il nuovo ministro dell’Economia, Daniele Franco – responsabile designato della riscrittura del Pnrr -, ne ha riferito in Parlamento. Ha dato due input di merito: l’importo puntuale degli aiuti europei che saranno complessivamente a disposizione dell’Italia (191,5 miliardi) e l’orizzonte temporale dei primi afflussi (il quarto trimestre dell’anno).

Franco ha confermato i sei ambiti-obiettivo del Pnrr abbozzato dal governo Conte, ma una rielaborazione più incisiva sta con tutta evidenza puntando in tre direzioni: la digitalizzazione (se ne sta occupando in prima battuta il ministro Vittorio Colao); la transizione ecologica (affidata al ministro Roberto Cingolani) e l’inclusione sociale. Quest’ultimo appare il cantiere più complesso, incrociando tutte le aree critiche dell’emergenza-Paese: dalla sanità alle nuove povertà, dalla disoccupazione vecchia e nuova alla gestione dei flussi migratori. Qui la regia ultima della squadra dei ministri delegati sarà prevedibilmente del premier.

Il “tridente” strategico profilato da Franco sembra utile anche per guardare alle scelte di merito in arrivo con il “Pnrr 2.0”, che dovrà essere chiuso e inviato alla Ue entro il 30 aprile. E’ impossibile non vedere più di un’analogia con l’impostazione di “France Relance”, il progetto NGEu predisposto dall’amministrazione Macron già lo scorso settembre. Un piano da 100 miliardi, di cui 40 provenienti dal Recovery Fund. Alla transizione ecologica “verso un’economia sostenibile” andranno 30 miliardi; alla promozione della competitività (digitale) delle imprese e della protezione dell’occupazione sono destinati 34 miliardi, mentre la cifra più importante (36 miliardi) è puntata sulla “solidarietà fra generazioni e regioni”, cioè al contrasto delle diseguaglianze fra i “cittadini francesi tutti”.

Alcuni esempi fra tanti: nel rilancio infrastrutturale di base spiccano la riconversione de-carbon di decine di grandi aree industriali e la rivitalizzazione a fini di trasporto della fitta rete di vie d’acqua presente in tutto l’esagono francese. Ci sono 6 miliardi per supportare start-up tecnologiche e digitalizzare la Pa, soprattutto locale. Due budget consistenti e analoghi (attorno ai 7 miliardi ciascuno) sono orientati alla formazione di Neet e giovani disoccupati e – in parallelo – come ammortizzatore pilotato per lavoratori di aziende in difficoltà, con schemi flessibili a 24 mesi. In breve: il piano francese non si preoccupa affatto di sviluppare l’alta velocità ferroviaria oppure di sostenere Air France. Né si presenta come un piano “pubblicista” o “sovranista”: ogni posta finanziaria è per definizione una leva per co-investimenti privati, finanziati dalla Francia o dall’estero.

Nella comunicazione di Franco non è mancato un dettaglio solo in apparenza tecnico: l’esplicita esclusione dall’orizzonte Recovery della riforma fiscale. Di essa – ha detto il ministro – si comincerà a parlare in sede di manovra 2022. Non si è trattato di un’omissione-rinvio, ma di una scelta affermativa, non scontata e impegnativa. Il governo Draghi è con tutta evidenza intenzionato a stendere e avviare il suo Pnrr “senza condizioni”: avendo come unica bussola il miglior impiego dei mezzi disponibili, puntando al massimo impatto socio-economico. La stabilizzazione delle finanze pubbliche rimane naturalmente una priorità: enfatizzata sia dagli “scostamenti” imposti dall’emergenza ai parametri di Maastricht (sospesi fino a tutto il 2022), sia dal fatto che il Recovery Fund opererà in parte importante via finanziamenti e non via contributi a fondo perduto. Ma l’Italia – anzi l’intera Ue – non può affrontare questo passaggio con una o tutt’e due le mani legate dietro la schiena.

L’Italia è indubbiamente il primo fra i 27 paesi-membri a dover costruire un serio percorso di rientro dal debito nell’arco del Recovery Plan, inizialmente fissato al 2027. Però – ed è una raccomandazione che l’autorevolezza di Draghi sembra indirizzare a tutti i 27 – la fase di preparazione e lancio dei piani Next Generation Eu rafforzati in chiave Recovery deve segnare la fine di ogni rigorismo “cattivo”: ideologico o strumentale a forme di competizione politico-economica incompatibili con la natura stessa dell’Unione. Ciò non toglie per l’Italia – ma non solo – di trovare una volta per tutte la strada di una finanza pubblica “buona”: è compito del Mef, che ci sta lavorando. Ma la ricerca di una nuova “finanza buona”, per tutta la Ue, non potrà ridursi al ripristino puro e semplice di parametri decisi nel secolo scorso, trent’anni prima della pandemia.

Già un anno fa l’Unione avrebbe dovuto avviare un biennio di “rifondazione” della sua governance finanziaria. L’avevano annunciato la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. E’ verosimile che il cantiere riuscirà ad aprire i battenti l’anno prossimo: con Macron, se sarà rieletto a Parigi; con un nuovo cancelliere a Berlino, per il momento senza volto. E con Draghi.

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