La nostra normalità era già una crisi

- Fernando De Haro

È passato un anno da quando la pandemia è esplosa in Occidente. Sembra vicino il ritorno a un normalità, che in realtà era già una crisi

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Coronavirus a Milano (Lapresse)

Un anno dopo. È già passato un anno da quando la pandemia è esplosa in Occidente. La curva giornaliera dei casi, delle ospedalizzazioni e dei morti nel mondo sembra cominci ad abbassarsi e anche rapidamente. La percentuale della popolazione vaccinata è ancora troppo bassa per aver provocato questa diminuzione e può essere semplicemente che ora si stiano rispettando i comportamenti che riducono i contagi. È troppo presto per trarre conclusioni. Può essere solo un’illusione, può essere che il virus sia più sotto controllo in Asia e Occidente e si stia espandendo in Africa, dove non ci sono numeri affidabili. In ogni caso la curva, la famosa curva, torna a risvegliare il desiderio del ritorno alla normalità.

La nostra normalità, però, era già una crisi. La frase è della giornalista, meglio della militante, Naomi Klein. Klein ha alcune idee molto radicali sul capitalismo e non così radicali sul cambiamento climatico. Sostiene, per esempio, che la crisi è particolarmente pesante perché lo Stato era già molto indebolito e la sanità e i servizi sociali hanno subito troppi tagli. Bisognerebbe discutere con calma sulle idee della canadese, la sua proposta di un New Deal verde non è strampalata, tuttavia siamo sempre più stanchi di dibattere su idee astratte e modelli. Ci interessa sempre più capire e imparare dalle necessità concrete e dalle soluzioni realistiche, capire ciò che succede al mondo, capire ciò che accade a ognuno di noi che stiamo nel mondo. 

La nostra normalità era una crisi e questo giudizio può valere in tutti i settori. Per esempio, stiamo soffrendo una strozzatura nella produzione dei vaccini, ci ne sono di otto tipi che funzionano e abbiamo ancora sette miliardi di persone da vaccinare. I padroni della proprietà intellettuale dei vaccini vogliono trarre profitto dal denaro che hanno investito nel loro sviluppo. È logico: se non guadagnano non hanno incentivi. Hanno già ricevuto sufficiente denaro pubblico per fare il loro lavoro, però occorre fare in modo che ci siano quanto prima vaccini per tutti, anche per i poveri, e non abbiamo saputo risolvere il problema. La nostra normalità era una crisi, perché non sappiamo coniugare i leciti interessi di mercato con il bene comune, il bene di tutti. La Cina ha trasformato la diplomazia dei vaccini in un nuovo strumento per espandere il suo potere nel mondo e per continuare a guadagnare soldi. Il colonialismo dei vaccini si espande perché esisteva già prima una nuova forma di colonialismo.

Diamo un’occhiata al mondo digitale. Sembrava che Google, Amazon, Twitter e YouTube stessero regalandoci servizi meravigliosi in cambio di nulla. Nell’ultimo anno abbiamo utilizzato i loro prodotti dalla mattina alla sera e solo ora abbiamo cominciato a renderci conto che il prodotto eravamo noi e il nostro tempo. Solo adesso l’Australia si è mostrata disposta ad affrontare i giganti del nuovo capitalismo, obbligandoli a pagare per i contenuti delle altre società. Solo adesso l’Europa è disposta a regolare i mercati e i servizi digitali, a obbligare le società di internet a pagare imposte veritiere. Solo adesso gli Stati Uniti si svegliano e cominciano a pensare a come controllare l’abuso dei dati.

Pensiamo all’Europa. C’è stato bisogno di una crisi come quella dell’ultimo anno perché si sia iniziato ad avere una politica sociale comune e a emettere debito comune.

La nostra normalità era una crisi per molte più cose, perché quasi mai parlavamo dei giovani che hanno di fronte un futuro più difficile, perché quasi mai parlavamo di educazione e quando ne parlavamo era per scontraci uno con l’altro. La nostra normalità era una crisi perché la regolamentazione e la concezione del lavoro avvantaggiavano solo pochi, perché da anni la politica era una trincea senza fine, perché abbiamo bisogno degli stranieri e li stigmatizziamo (li abbiamo regolarizzati in tutta fretta per fare i raccolti nei campi), perché non sappiamo aiutare chi vuole aver figli, perché aumenta la disuguaglianza, perché continua a esserci molta povertà.

La nostra normalità era una crisi perché non si parlava mai del significato o della mancanza di significato di quello che facciamo, perché nascondiamo la morte, perché ci sembrava una vergogna essere vulnerabili, dipendere dagli altri. Chi vuole tornare a una normalità che era una crisi?

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