Quelle imprese-zombie (da far rivivere)

- Gianni Credit

Alla fine dello scorso anno Draghi ha presentato un importante rapporto al G30. Si tratta ora di vederne l’attuazione pratica nel nostro Paese

Mario Draghi
Premier Mario Draghi (LaPresse, 2021)

Quella delle “imprese-zombie” è la seconda categorizzazione politico-economica rilanciata da Mario Draghi durante il suo “sabbatico” di economista fra la presidenza Bce e l’incarico di Premier italiano. Quattro mesi dopo aver distinto fra “debito buono e cattivo” in chiave Recovery Ue – all’ultimo Meeting di Rimini – Draghi ha presentato personalmente un rapporto sull’economia del dopo-Covid al G30, esclusivo think tank di banchieri centrali e Nobel per l’economia. È stato allora che Draghi ha dato enfasi a una formula di efficacia comunicativa pari al realismo analitico: le grandi istituzioni nazionali e internazionali di governo dell’economia devono evitare la formazione di “masse di imprese-zombie, che sopravviverebbero a stento, imponendo un’inefficiente allocazione delle risorse stanziate per la ricostruzione”. È un concetto che il neo-Premier ha ripreso chiedendo la fiducia al Parlamento italiano: “Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Il Governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche”. Draghi si propone come grande liquidatore dell’Azienda-Italia, come inflessibile tagliatore di carrozzoni o di imprese “troppo piccole per sopravvivere”?

Basta leggere fin dal titolo il rapporto Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid: Designing Public Policy Interventions per capire che l’ex Presidente della Bce  non guarda affatto all’Italia – all’Europa – come a un lazzaretto di imprese moribonde. Il suo interesse programmatico va invece a tutte le imprese che possono essere “ristrutturate” al fine di “rivivere”.  Affermato il principio della selettività delle politiche industriali d’emergenza, esso opera dunque in funzione positiva: vanno scelte e sostenute le aziende che danno prospettive di redditività sostenibile sul mercato nella nuova fase di new normal. Il primo criterio-avvertenza del rapporto è in ogni caso che ogni politica pubblica deve includere un surplus di attenzione relativa per le imprese minori, che hanno un potere contrattuale minore verso governi e sistema finanziario rispetto ai grandi gruppi; e invece custodiscono spesso grandi potenziali occupazionali e d’innovazione,

Sul piano metodologico, il documento suggerisce anzitutto di favorire le ristrutturazioni sul mercato. Un’azienda può “rivivere” in molti modi: anzitutto con nuovi apporti di capitale da parte dei soci esistenti, che possono essere incentivati a farlo da opportune misure fiscali, soprattutto in un clima di fiducia stabilizzato sul piano sanitario. Certamente un mercato finanziario funzionante nel far circolare il risparmio privato e un sistema creditizio forte e attivo sono precondizioni fondamentali nel presente per rilanciare le imprese nel futuro. Analogamente, un’impresa può “rivivere” attraverso ridimensionamenti, processi di aggregazione interni o internazionali, ingressi di nuovi investitori. Ed è evidente che l’intera società nazionale deve generare nuove soft skills di flessibilità, su tutti i fronti: la probabilità di cambiare lavoro è in fondo più alta di quella di perderlo.

I Governi – fra le loro molte responsabilità – hanno certamente quella di intervenire nei casi di fallimento: e sempre quando una crisi aziendale abbia ripercussioni sociali. Ma quando Draghi ragiona nel rapporto sugli “stakeholder di oggi e di domani” (davanti a Camera e Senato  ha parlato schiettamente di “noi, i nostri figli e i nostri nipoti”) è chiaro – ancora una volta – che per lui va massimizzato il “debito buono” in investimenti e minimizzato quello “cattivo” in sussidi. È palese che vuole minimizzare – anche se non ignorare – le imprese-zombie e vuole invece massimizzare quelle che produrranno il Pil italiano fra dieci o vent’anni: aiutando anche quelle che non ci sono ancora. Quelle che – nulla lo esclude – possono essere create anche da lavoratori usciti da imprese-zombie. O da giovani che – nell’immediato – hanno bisogno di sistemi educativi rafforzati e modernizzati.

Tutto perfetto nel paper del G30: ma in concreto? A meno di tre settimane dal giuramento del nuovo Governo è già possibile leggere in cronaca un importante caso-test: quello di Alitalia. Il Governo non  chiude l’ex compagnia di bandiera: avrebbe senso in un Paese che vuol vivere di turismo 5.0 e sta organizzando le Olimpiadi del 2026? Al momento d’altronde non ha senso un’Alitalia con più di 45 aerei e di 4.500 dipendenti. E la “nuova Alitalia” deve cercare in fretta un senso stabile in una partnership auspicabilmente definitiva. La “vecchia Alitalia” era un’impresa-zombie. Alla nuova – cioè ai valori che ancora sono riconoscibili dentro l’impresa – il Governo vuole offrire chances realistiche: quelle che Alitalia merita. Poi toccherà all’Ilva e tutte le altre imprese italiane, pubbliche e private, che vorranno scegliere il loro futuro.

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