Coi soldi, ma al verde

- Giorgio Vittadini

Aumentano gli investimenti in società sostenibili, ma perché un sistema finanziario diventi sostenibile occorre una prospettiva sussidiaria

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(Pixabay)

Questa settimana alle Nazioni Unite è iniziata una consultazione mondiale alla ricerca di una nuova definizione del Pil che comprenda anche misure di “capitale naturale” e di sostenibilità. Da molto tempo si discute sul fatto che “sviluppo” non possa coincidere solo con “ricchezza”, “reddito”, “crescita”, ma che debba comprendere anche il benessere personale, sociale, l’istruzione, l’occupazione, la salute e l’ambientale.

Il 10 marzo 2021 entra in vigore un regolamento europeo, il 2019/2088, che introduce una serie di obblighi, per banche e operatori finanziari, riguardanti la comunicazione ai propri clienti sulla “sostenibilità” di prodotti e servizi offerti.

La parola sostenibilità è diventata talmente presente, da essere a volte rifiutata da tanti che la ritengono solo un nuovo imperativo morale di moda o di facciata. Eppure in questo concetto è contenuto il senso della ricerca di nuovi equilibri tra persone, natura, comunità, produzione. Un rapporto che sia in grado di garantire alla generazione futura le risorse e le opportunità godute da quella presente.

Un difficile equilibrio tra uomo e ambiente è proprio il senso della “guerra” che si sta conducendo con la pandemia. E che mette in luce il bisogno almeno di una riflessione in più sul rapporto tra interesse individuale e interesse collettivo: sono davvero così contrastanti come siamo ormai da tempo abituati a pensare? Il Covid-19 ci ha già obbligati ad accorgerci che prendersi cura degli altri e dell’ambiente non è un’attività per i più generosi, ma è conveniente per tutti.

La direttiva europea rivolta agli operatori finanziari, da una parte impone maggiore trasparenza sui rischi che eventi ambientali, sociali o di governance possano incidere negativamente sul ritorno dell’investimento. Dall’altra, in positivo, mira a diffondere maggiore consapevolezza, e quindi a orientare al valore di “sostenibilità” le scelte di investimento premiando le attività più attente ad ambiente, persone e comunità.

Quindi, da una parte, la non-sostenibilità come rischio per i propri risparmi, dall’altra la sostenibilità come opportunità di fare del “bene” sostenendo progetti sociali e ambientali. Sembrano due alternative contrapposte, ma non è così. Né per le persone, né per le imprese.

Dentro al grande cappello della sostenibilità sono infatti contenuti obiettivi che riguardano l’istruzione, il lavoro, la salute. Certamente la sostenibilità rappresenta una sfida all’individualismo moderno, come diceva nel 2007 il premio Nobel Amartya Sen: “Una piena considerazione della libertà individuale deve andare al di là delle capacità riferite alla vita privata, e deve prestare attenzione ad altri obiettivi della persona, quali certi fini sociali non direttamente collegati con la vita dell’individuo; aumentare le capacità umane deve costituire una parte importante della promozione della libertà individuale”.

Non solo le persone, ma anche le imprese, di fatto, già beneficiano di percorsi di sostenibilità. In dieci anni il valore delle aziende impegnate nella sostenibilità si è più che triplicato. L’indice MSCI KLD 400 Social Index che raggruppa le 400 maggiori società con elevato impegno in questo ambito è passato da 477 a fine febbraio 2011 a 1.469 al 26 febbraio 2021. Nel 2020, secondo un report di Morningstar, i risparmiatori europei hanno riversato ben 223 miliardi di euro nei fondi che investono in società “sostenibili”. Quasi il doppio rispetto al 2019, quando avevano toccato 126 miliardi. Il patrimonio gestito dai circa 3.200 fondi sostenibili europei ha così superato i 1.100 miliardi di euro.

Certo tutto questo non basta. Come sottolinea il Rapporto sulla sussidiarietà 2021 della Fondazione per la sussidiarietà, perché un sistema finanziario diventi davvero “sostenibile”, occorre entrare in una prospettiva “sussidiaria”. Ovvero abbandonare la logica persona-sistema e ritrovare il ruolo dei corpi intermedi, dei soggetti del Terzo settore, imprese sociali, fondazioni, Confidi, credito cooperativo.

Viviamo un momento della storia drammatico, per molti aspetti tragico sotto tanti punti di vista. Ma proprio per questo occorre cogliere e sostenere gli spunti di cambiamento che si presentano.

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