Provati dal Covid, non smettiamo di cercare un senso

- Felice Achilli

La prova più dura che la pandemia ci sta mettendo di fronte consiste nel non smettere di cercare un senso a tutto quello che sta succedendo

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Foto Claudio Furlan (LaPresse)

La pandemia da Covid-19 ha determinato nel nostro Paese più di 108.000 morti. Nel 2020 il totale dei decessi per il complesso delle cause di morte è stato il più alto mai registrato dal secondo dopoguerra: 746.146 decessi, 100.526 in più rispetto alla media 2015-2019 (15,6% di eccesso), a indicare che il Coronavirus, altamente letale per sé, ha prodotto anche un eccesso di mortalità per patologie non Covid, attraverso lo sconvolgimento del sistema delle cure del SSN, travolto dall’intensità della pandemia. 

Il vaccino costituisce l’unica strada percorribile per superare questa drammatica situazione. Ma dopo un anno, ci troviamo ancora per molti aspetti, al punto di partenza: scarsa conoscenza della malattia e nessuna terapia eziologica, ospedali pieni e impreparati a reggere l’ennesima ondata di malati. Con una differenza: siamo più stanchi, quasi rassegnati e divisi tra la ricerca di un “positivo” a ogni costo e la tentazione di cavarcela, alla faccia degli altri. 

Nessun evento come il Covid-19 ha posto davanti a noi ciò che tutti ci ostiniamo a non voler vedere: la fragilità della condizione umana e della sua ultima precarietà. Per la prima volta le persone hanno la percezione che una malattia grave, spesso letale, può venirci incontro e sorprenderci indipendentemente dai nostri comportamenti. Possiamo trovarci a dover affrontare un carico di sofferenze fisiche e psicologiche (nostre o altrui) che ci appare drammaticamente senza significato. Non siamo padroni di noi stessi, e ancor più gravemente, non troviamo in noi la capacità di resistere, una ragione, una speranza “affidabile” in grado di farci affrontare la fatica dell’oggi. 

Come di recente ha detto papa Francesco aprendo la Settimana Santa, la pandemia che un anno fa ci aveva “scioccati”, oggi “ci ha provati”, cioè ha messo ognuno di noi alla prova: credente o non credente. E la prova più dura consiste nel non smettere di cercare un senso a tutto quello che sta succedendo, perché ogni giorno la realtà che incontriamo un senso lo urge, lo chiede, lo grida pena uno smarrimento che rende sempre più difficile reggere il presente.

È vero per tutti, ma molto più per chi, come medici e infermieri, ogni giorno entra in rapporto con i malati, in una condizione di isolamento e assenza di rapporti che amplifica ancora di più la sofferenza, o con i loro familiari impossibilitati a essere presenti. 

È sempre più evidente che non basta il posto letto, non bastano le terapie di supporto, quello che gli occhi dei malati chiedono da dentro il casco è qualcosa di più: una speranza, la certezza che quello che stanno passando non è senza significato, e lo chiedono innanzitutto a chi li assiste, a chi è con loro oggi.

Questo compito, per alcuni aspetti dimenticato e “nuovo”, ci fa paura, eppure, quando accettato, diventa misteriosamente la strada che ci permette di ritrovare ragioni, energia, motivazione all’impegno nella cura. Occorre accettare fino in fondo di accompagnare gli uomini nella sofferenza, per sorprendere al fondo delle ferite di ognuno il mistero di una carità che rende nuovo tutto. Solo la carità vissuta, può ridestare in noi e nei nostri malati la speranza. 

È una sfida resa ancor più vera dall’irrompere nel tempo della Pandemia della Pasqua cristiana, con l’annuncio della resurrezione, cioè come dice papa Francesco, “in questa situazione Dio cosa fa? Prende la croce. Si fa carico del male. E noi cosa dobbiamo fare? Come Maria prendere la nostra parte di sofferenza di buio e smarrimento. Lungo la via Crucis quotidiana incontriamo i volti di tanti fratelli e sorelle in difficoltà: non passiamo oltre, lasciamo che il cuore si muova a compassione ed avviciniamoci”. 

Solo questa esperienza vincerà la pandemia e permetterà una nuova costruzione.

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