Quel lavoro da ricostruire

- Gianni Credit

È importante affrontare da subito, con atteggiamento e strumenti efficaci, le opportunità e le problematicità dello smart working

Mascherina a lavoro
Pixabay

Una ricerca condotta dal Work Trend Index di Microsoft presso 30mila lavoratori in 31 Paesi ha rilevato che in Italia il passaggio massiccio allo smart working imposto dalla pandemia è stato vissuto in modo più problematico. Se il 54% del campione aggregato segnala un appesantimento sensibile dei carichi di lavoro, l’Italia è a quota 68. Se il 14% degli intervistati lamenta che i datori di lavoro non stiano tenendo in debita considerazione gli equilibri fra lavoro e vite private dei dipendenti nel nuovo contesto SW, nel segmento italiano il problema pesa per il 24%.

Non da ultimo, i lavoratori italiani che si sono detti disponibili a continuare la modalità SW sono il 65%: otto punti in meno della media della survey globale. Sarebbe tuttavia un errore soffernarsi sui differenziali negativi: salvo che come spunto per riproporre una riflessione sulla Ricostruzione del lavoro in Italia.

Il percorso si presenta forse più impegnativo del rilancio stesso del Pil, di cui anzi lo sviluppo di Nuovi Modi di lavorare si profila come condizione strutturale. In attesa che il premier Mario Draghi comunichi la struttura definitiva del Pnrr che l’Italia presenterà all’Ue il confronto sulla questione lavoro – anzitutto fra le parti sociali – continua a muoversi in un orizzonte circoscritto: la data della cessazione del divieto di licenziamenti, le modalità di prosecuzione degli ammortizzatori sociali.

Nessuno può dubitare che centinaia di migliaia di nuovi disoccupati prevedibili rappresenteranno un’emergenza specifica che sarà impossibile eludere. Però non è garantendo un – necessario – ristoro minimo a chi ha perduto il lavoro (così come a chi ha dovuto chiudere un’attività propria)  che si assicura la “recovery” di quel lavoro. E invece probabile che quest’ultimo processo di “rigenerazione” del lavoro passi attraverso una trasformazione profonda dell’organizzazione produttiva. Lo SW – su questo piano – è stato un test gigantesco: non meno di quanto lo sia stata la Didattica a distanza per il sistema scolastico. Pensare che si sia trattato di una parentesi, che tutto tornerà come prima non sarebbe solo sbagliato, sarebbe pericoloso. È invece importante affrontare da subito, con atteggiamento e strumenti efficaci, le opportunità e le problematicità che lo SW ha fatto emergere in un campione assai più grande di quello intercettato da Microsoft.

Non è certamente infondata la prospettiva – temuta dalle organizzazioni sindacali – che lo SW porti con sé un’accelerazione della flessibilità del lavoro e una riduzione del suo costo: ma è un cambiamento che può anzitutto aprire spazi di inclusione lavorativa finora non esplorati. L’emergenza socio-economica anti-Covid ha trasformato in Recovery Plan la strategia NextGenerationUe, che già puntava su digitalizzazione e transizione ecologica come “guidelines” di una nuova fase. Lo SW è una dinamica coerente con entrambe: anche sul fronte della mobilità e dell’utilizzo di spazi.

È sicuramente un diritto dei lavoratori che imprenditori e manager si impegnino a fondo per costruire nuovi modelli organizzativi, formativi e di relazioni sindacali che sviluppino in misura corretta tutte le dimensioni dello SW. E deve rivelarsi una priorità delle politiche pubbliche la creazione accelerata di piattaforme digitali vaste e veramente efficienti (su questo è al lavoro Vittorio Colao). Se i “digital divide” che ancora frammentano il sistema-Paese cominceranno a essere colmati, è verosimile che alla prossima indagine del Work Trend Index sullo SW, l’Italia sarà più allineata con un Resto del Mondo in corsa verso un New Normal.

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