Se Draghi è l’anti-virus della Ue

- Gianni Credit

Mario Draghi è impegnato in prima linea sulla battaglia per le dosi dei vaccini e può dare un contributo importante perché ci sia una svolta nell’Ue

Consiglio Ue, Draghi
Premier Mario Draghi in collegamento con il Consiglio Ue (LaPresse)

Il preannuncio dell’arrivo in Italia di 1,5 milioni di dosi di vaccino Pfizer appare la conferma di quale impegno abbia profuso – da subito e in silenzio – il Premier Mario Draghi per fronteggiare la nuova fase critica della pandemia. Un’emergenza ennesima, in parte prevedibile, comunque assai meno giustificabile delle precedenti.

La terza ondata Covid sta colpendo tre mesi dopo l’avvio ufficiale della campagna vaccinale globale. E sta colpendo l’Unione europea con una durezza che sembra invece risparmiare altri Paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele. L’Europa si ritrova, un anno dopo, più vicina al Brasile, caso negativo per eccellenza, piuttosto che all’India: cioè ai Paesi che non hanno potuto o voluto ricorrere ai lockdown draconiani attuati dalla Cina. Ma i Ventisette del Vecchio continente sono indubitabilmente “più ricchi, più avanzati sul piano tecnico-scientifico, meglio dotati di sistemi sanitari pubblici” di India e Brasile. Lo sottolinea l’Economist all’inizio dl suo ultimo editoriale, dal titolo inequivocabile: “Come l’Europa ha malgestito la pandemia”.

È tanto più grave che il giudizio venga da un giornale basato in un Paese che ha retto alla prima ondata Covid assai meno bene dell’Ue, da cui si era appena staccato. E non può consolare che il succo della riflessione non risulti molto più articolato rispetto agli argomenti correnti nell’opinione pubblica europea. Se Israele ha vaccinato due terzi della popolazione e la Gran Bretagna riapre scuole e pub è essenzialmente per due ragioni: un impegno diretto (scientifico, finanziario, industriale) nella ricerca e nella produzione di vaccino e l’assenza di esitazioni politico-burocratiche nel negoziare a prezzi di mercato le forniture con le grandi multinazionali.

L’Economist  è sempre stato contro la Brexit, ritenendo che avrebbe prodotto solo danni: sia alla Gran Bretagna, sia all’Ue. La campagna vaccinale si sta rivelando un primo caso macroscopico sul secondo versante. È “il Continente a essere isolato” oggi, secondo un antico proverbio britannico. È l’Europa che si ritrova priva di un gigante farmaceutico come AstraZeneca, sinergico con un hub di ricerca come Oxford. È – forse peggio – il nuovo “muro della Manica” ad aver apparentemente riportato a Londra tutto lo spirito e le relazioni mercantili e lasciato a Bruxelles tutte le cattive abitudini della burocrazia.

È per questo che la “battaglia del Piave” europea sul fronte del Covid è condotta da Draghi: un tecnocrate europeo che conosce bene sia le regole del mercato, avendo lavorato a lungo proprio a Londra sia le insidie dell’eurocrazia, avendo spesso dovuto misurarcisi in otto anni di presidenza alla Bce. Le telefonate fatte da Draghi nel marzo 2021 ai Ceo di Big Pharma (e prima ancora al presidente Usa, Joe Biden), avrebbe dovuto farle forse già un anno fa la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: quando era già evidente che l’exit strategy dal Covid sarebbe stata pilotata dal vaccino. Perché von der Leyen non si sia mossa o abbia sbagliato le mosse (e perché non abbia cercato e ottenuto l’appoggio di leader come Angela Merkel o Emmanuel Macron) è qualcosa che – ha osservato l’Economist – in una democrazia funzionante sarebbe oggetto di una verifica politica. Senza dimenticare, nel frattempo, una lezione elementare, guardando all’altro fronte del “dopoguerra Covid”: quello economico.

“Too little, too late”: l’Ue ha messo sul tappeto troppi dollari in meno per dose con troppe lungaggini contrattuali, benché il vaccino fosse la priorità delle priorità. È più che lecito sospettare ora che lo stesso rischio penda sulla strategia Recovery: che la gestione dei piani di ricostruzione e stimolo dopo il pesante contraccolpo recessivo si riveli lenta e sottodimensionata. Francia e Germania avevano concordato già prima della pandemia un tagliando strutturale alla “governance” dell’Ue. Un anno dopo appare più urgente che mai. E l’ingresso in cabina di regia di un leader autorevole come Draghi è un buon motivo per accelerare.

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