Dante, il pesce e la scuola della “normalità”

- Maurizio Vitali

Siamo sicuri che si possa tornare a scuola, al netto delle considerazioni sulla Dad, come se nulla fosse successo? Sarebbe una grave torto verso i giovani

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LaPresse

Una seconda media “casinara” della Sicilia, una di quelle dove morire che si riesca una buona volta ad ottenere un minimo di silenzio e di attenzione. Il vociare risuona abitualmente nei corridoi, si sente anche nell’ufficio della dirigente. Un giorno, uno strano silenzio, inspiegabile. Tra il curioso e l’inquieto la dirigente va a controllare.

È l’ora di scienze naturali e i ragazzi sono tutti intenti a osservare un pesce, un vero pesce, che la prof, una giovane prof arrivata da poco, ha comprato al mercato e ha portato a scuola per far capire come sono davvero e come funzionano le branchie, le pinne, le ovaie e quant’altro.

Una prima liceo “normale” del Bergamasco. C’è in fondo, all’ultima fila, il più casinaro e scalcinato del gruppo. Non segue, non studia, non interviene se non per dire stupidaggini e infastidire gli insegnanti. Inizia l’anno e il prof di italiano attacca con il primo canto dell’Inferno di Dante. Dopo qualche lezione, il casinaro alza la mano. La classe ride, aspettandosi una qualche sparata. “Dimmi”, fa il prof. “Voglio essere interrogato”. La classe si scompiscia. “E come mai?”. “Ho imparato a memoria il primo canto”. La classe esplode. “Beh, non ho chiesto di studiarlo a memoria. Ma… sentiamo”. Il casinaro recita di filato i versi del sommo poeta dal primo all’ultimo senza un errore né un’esitazione. La classe ammutolisce. “Bravo”, sempre il docente, “ma come mai hai deciso di imparare tutto il canto a memoria?”. “Profe… tropp bell”, è la risposta così spontanea che gli vien fuori di getto nella lingua dell’albero degli zoccoli.

Due casi “di successo”. Sono stati raccontati nel corso del dialogo on line “Inside”, promosso dal Sussidiario il 17 maggio scorso, sulle competenze “non cognitive” e la scuola, con i professori Franco Nembrini, Susanna Mantovani, Annamaria Poggi e Giorgio Vittadini.

Nella stessa occasione, è stato raccontato anche un caso drammatico. Una ragazza delle superiori, che va anche piuttosto bene a scuola, chiede di andare in bagno e non torna più. La trovano finalmente in lacrime in un abbaino. Disperata. Sull’orlo del suicidio. Aveva preparato una lettera ai genitori: “Cari mamma e papà, voi non avete nessuna colpa, ma la scuola non ci considera persone, mi considera niente”.

Veniamo a noi. Ora siamo tutti contenti, i ragazzi per primi, di tornare a scuola in presenza; di tornare alla “normalità”.

Infatti la didattica a distanza – cui ci ha costretto la pandemia e che è stata, sia ben chiaro, assai meglio che non far scuola – ha ben presto mostrato i suoi limiti soprattutto per le conseguenze psicologiche. Come vari studi, presentati in un’audizione alla Commissione sanità del Senato, hanno documentato, si sono registrati più stress, ansia, minor concentrazione, minor curiosità e autocontrollo, solitudine fino alla depressione, minor apprendimento soprattutto per i ragazzi più piccoli; studio più passivo e meccanico per gli adolescenti. Hanno anche misurato il tasso di aumento di questi fenomeni: 24%. Anche questi studi hanno fatto riconsiderare “la scuola come spazio psicologico e non solo per la trasmissione dei contenuti”, i quali “devono essere trasmessi in un ambiente favorevole dal punto di vista emozionale e relazionale, perché ci sia un migliore apprendimento” (prof. David Lazzari nella relazione sopra citata).

Quindi ben venga il ritorno alla normalità, se Dio vuole; e ben vengano in settembre radiose giornate. Ma non possiamo non chiederci: è la “normalità”, il “come si faceva prima” una risposta adeguata al livello della questione posta dai tre casi sopra ricordati? Siamo onesti, la risposta è: no. Dietro la singolarità di quegli episodi c’è per esempio in filigrana la spiegazione del perché l’Italia è tristemente prima in Europa per percentuale di abbandoni scolastici (14% contro il 10), in peggioramento negli ultimi anni.

Non possiamo allora perdere l’occasione, davvero eccezionale, di interrogarci e metterci in discussione noi adulti, come insegnanti e come genitori. Poi, certo, devono darsi una mossa anche la politica, la destinazione di risorse adeguate, la riduzione del precariato, ecc. ecc. Ma comunque sia dobbiamo interrogarci.

I ragazzi tornano a scuola con il desiderio di colmare una mancanza: non innanzitutto una lacuna nelle materie, ma una relazione positiva con i compagni e soprattutto con gli insegnanti. Una relazione che metta a un “casinista” la voglia e la forza di imparare Dante a memoria, o a una classe scalmanata di farsi incantare da un pesce morto spiegato con passione. Questo implica che l’insegnante si concepisca come educatore e non come semplice trasmettitore di cognizioni, cioè uno che mette in gioco sé stesso con tutta la persona dell’alunno, considerandolo come auspicava Plutarco fiaccola da accendere e non vaso da riempire.

Contestualmente occorre che il genitore la smetta di fare il sindacalista del figlio. Anche in tema di scuola e di educazione si applica perfettamente l’avvertimento di papa Francesco: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Se pensiamo che basti tornare alla normalità, la sprechiamo di sicuro.

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