È (ancora) il tempo della persona

- Giovanna Parravicini

Caso Naval’nyj, caso Protasevic, esercizio della repressione e del pensiero unico: nonostante questo, in Russia e non solo, tra le persone accadono “miracoli” di apertura

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Bielorussia, l'ennesimo arresto di Nina Bahinskaya (LaPresse)

“Quando la morsa di una società avversa si stringe attorno a noi fino a minacciare la vivacità di una nostra espressione e quando un’egemonia culturale e sociale tende a penetrare il cuore, aizzando le già naturali incertezze, allora è venuto il tempo della persona”.

Don Giussani aveva pronunciato queste parole nel lontano 1977, quando l’Italia stava vivendo giorni drammatici e l’esistenza stessa del Movimento a cui lui aveva dato vita era seriamente compromessa dalla violenza ideologica e fisica di gruppi ideologici totalitari. Parallelamente, anche se in un contesto molto diverso, in quegli anni in Urss il dissenso stava vivendo la stessa esperienza – la scoperta di un “io” più forte, nella sua inermità, dei carri armati del potere.

Parole – queste di don Giussani – tutte da riscoprire e rivivere oggi, in tempi certo non facili per il mondo ex sovietico. Può constatarlo anche chi non è necessariamente esperto di “cose russe”, basta aver letto i giornali da qualche mese a questa parte. A poche ore dall’incontro fra Biden e Putin, si segnala un’escalation di chiusure e violenze di cui sarebbe troppo lungo fare l’elenco.

Ad esempio, la caccia all’“agente straniero” perseguito a tutti i livelli, nel mondo accademico e universitario, nei mass media indipendenti – che stanno chiudendo uno dopo l’altro oppure spostando le proprie sedi all’estero –, nelle Ong e via di questo passo, fino a particolari curiosi ma indicativi come il reclutamento di guide turistiche rigorosamente munite di cittadinanza russa, depositarie del “pensiero unico” sulla storia e la situazione del Paese da comunicare ai turisti stranieri.

È sempre più ostentato l’aperto ricorso alla violenza per mettere a tacere ogni possibile protesta o alternativa politica. In Bielorussia la battaglia va avanti dall’agosto scorso; in Russia, dopo il “caso Naval’nyj”, nel clima preelettorale in vista delle legislative del settembre prossimo è già volata la testa di qualche possibile candidato, mentre Putin ha appena ratificato una nuova legge che vieta di candidarsi alle elezioni a chi finanzi o collabori ad “organizzazioni estremiste”. Infine, si resta scioccati davanti alle “confessioni pubbliche” apparse in televisione e sui social di Roman Protasevič e Sofija Sapega, arrestati a Minsk dopo il dirottamento dell’aereo di linea su cui viaggiavano.

E dunque? Ricomincia a valere anche oggi quello che aveva scritto Czeslaw Milosz, premio Nobel per la letteratura nel 1980? – “Si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle. Chi ama la res publica avrà la mano mozzata” Che spazi esistono oggi – nel contesto politico creatosi in Bielorussia o in Russia – per educare, fare cultura, offrire il proprio contributo alla maturazione della società civile? Che cosa significa, oggi, dire che è venuto il tempo della persona?

Senza certo limitarsi a condannare, per così dire, la cattiveria dei tempi, don Giussani vi aveva piuttosto ravvisato una sfida per conquistare una posizione più autentica: non una presenza “reattiva” – aveva detto – determinata cioè in qualche modo dal terreno di battaglia scelto dall’avversario, ma una “presenza originale”, che scaturisce cioè dall’esperienza di umanità e di fede che facciamo.

È indubbio che oggi molti siano stanchi, delusi, senza grandi speranze. Ma un amico bielorusso con cui ho avuto modo di parlare recentemente mi ha descritto anche un gigantesco processo sotterraneo, capillare, di maturazione dell’autocoscienza, in atto non semplicemente negli ambienti intellettuali, ma a livello della parrucchiera, del pensionato, dei giovani. Un processo in cui parole come verità, persona, libertà riacquistano il sapore di un’esperienza vitale, irrinunciabile. In cui rinasce un dialogo inteso come “comunicare la propria esistenza ad un’altra esistenza”, dove “l’accento non è sulle idee, ma sulla persona come tale, sulla libertà”, come ricordava sempre don Giussani ai suoi ragazzi.

Nei giorni scorsi si è celebrato il centenario di Andrej Sacharov, il grande scienziato che si è battuto lungamente, senza risparmiarsi, in difesa dei diritti umani, senza avere dalla sua nient’altro che la forza intrinseca della verità. Negli stessi anni, in tutt’altro contesto, l’allora cardinale Ratzinger scriveva che “la sola forza con cui il cristianesimo può farsi valere pubblicamente è in ultima analisi la forza della sua interna verità. Questa forza è oggi indispensabile come sempre, perché l’uomo senza verità non può sopravvivere. Questa è la speranza sicura del cristianesimo. Questa è la sua immensa sfida ed esigenza per ognuno di noi” (J. Ratzinger, “Orientamento cristiano nella democrazia pluralistica?”, in Chiesa, ecumenismo e politica, Edizioni Paoline, 1987).

Le persone vive si incontrano, oggi come ieri, come sempre. Ed è grazie a queste persone vive che il mondo può ricominciare, ogni giorno, a vivere e sperare.

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