Lavoro, quel “match” da vincere

- Gianni Credit

La pandemia ha moltiplicato i nodi profondi dell’emergenza lavoro, specialmente per quel che riguarda l’occupazione giovanile

Una donna a lavoro
Pixabay

È sufficiente scorrere la homepage del Sussidiario per cogliere con immediatezza i nodi profondi dell’emergenza lavoro che la pandemia ha moltiplicato e intricato. Due giorni fa un osservatore-operatore in crocevia strategico come Alfredo Mariotti, direttore generale di Ucimu, ha lanciato un allarme forte e chiaro: l’industria meccatronica cerca manodopera e non la trova; la scuola fatica a fornire ai giovani le competenze per far vincere sia loro che l’Azienda-Italia. Che invece rischiano di perdere assieme la “battaglia del Recovery”.

Ma sulla stessa home di lunedì –  sempre dal cuore dell’imprenditoria lombarda – sull’identica linea si è trovato Massimo Ferlini: un’uscita dal blocco dei licenziamenti non gestita in modo corretto rischia di sfociare in uno “scontro” fra i giovani in cerca di lavoro e le imprese che invece hanno per prime l’interesse a “incontrarli” in fretta e bene.

“L’assurdo fra licenziamenti e mancanza di manodopera”: ancora un titolo tagliente e vibrato, sottoscritto da Mauro Magatti sempre lunedì sul Corriere della Sera. Per il sociologo della Cattolica “la discussione sulla proroga della cassa integrazione straordinaria” si sta avvitando in un drammatico “paradosso”. Sarebbero invece urgenti “interventi sulla formazione e una riforma del sistema degli ammortizzatori sociali”. Anzi, più in breve: in Italia “non si sta parlando della quantità e della qualità del lavoro” che servono alla ripresa. Cioè: non si sta parlando di trovare lavoro vero ai giovani e di come far sì che contribuiscano al massimo alla competitività delle imprese nel “new normal” post-Covid.

Tutte e tre le posizioni guardano assai più ai tavoli della parti sociali che al ruolo del Governo: che resta in ogni caso arbitro attivo, principalmente nelle figure dei ministri Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando. Nessuno può nutrire dubbi sul fatto che nei prossimi mesi andrà in scena nel Paese un match ruvidissimo sul piano sociale, attorno ad alcune centinaia di migliaia di lavoratori esodati da imprese in crisi. Ma se l’unico “incontro” che si predisporrà per loro è quello dei “vecchi” ammortizzatori sociali passivi e se una politica puramente assistenziale assorbirà ogni politica industriale, del lavoro, della formazione giovanile il fallimento è pressoché scontato.

L’approccio – suggeriscono Mariotti, Ferlini e Magatti – va completamente rovesciato. Partiamo dal “lavoro che c’è”, anzi che “ci sarà”: dalle competenze che serviranno alle imprese – e anche alla Pa – per far ripartire il sistema-Paese sulle rotte dedicate della transizione eco-energetica e digitale. I fondi del Pnrr – sulla carta – dovrebbero essere investiti solo su questo grande percorso socioeconomico: sul “matching” fra la NextGenerationEu e lo studio ben orientato, sul lavoro efficientemente domandato & offerto sul mercato con opportune politiche attive; sulla ricerca scientifica, sulla nuova imprenditorialità. Altrimenti, ha detto Mario Draghi già al Meeting 2020, sei mesi prima di diventare Premier, una politica di soli sussidi aumenta solo il “debito cattivo”. 

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