Cosa facciamo nella tempesta?

- Marco Pozza

Gesù porta i suoi amici in barca durante la tempesta, non per vederli morire o per godere della loro paura, ma per insegnar loro a fidarsi di Lui

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Cristo cammina sulle acque in un bozzetto di Rembrandt

Chiedete tutto alla Chiesa, ma non chiedetele di cambiare: la prospettiva, una strada, le traiettorie. Troppo grande il panico d’abbandonare il certo a scapito dell’incerto, di tradire la sicurezza della schiavitù per abbracciare il rischio della libertà. Cristo, quand’era quaggiù, gliel’avrà pur detto a quel pugno di pescatori che si sentivano tali solo a navigare sulla stessa sponda, battendo il remo sulla piscina davanti a casa: “Quando non ci sarò più io – m’immagino l’accento galileo del Rabbì – tenete a mente che il più grande spreco rimarrà la differenza tra ciò che siete e ciò che potreste diventare. Se solo vi fidaste!”.

Lo disse, e dicendolo mostrò di conoscere a menadito quel guazzabuglio ch’è il cuore umano: se non cambiamo non cresciamo. Se non cresciamo non stiamo vivendo per davvero! Avanti, dunque: “Passiamo all’altra riva” suggerì Cristo agli amici pescatori. È il suo modo per insegnare loro che l’intelligenza di accontentarsi di ciò che si è conquistato li porterà da A verso B – come dimostrerà Albert Einstein –, mentre l’immaginazione li porterà dappertutto, ovunque. All’altra riva, per l’appunto: un modo nuovo, il modo di Cristo, d’immaginarsi l’uomo, la storia. La (sua) Chiesa.

Fare un passo nuovo, però, spingersi verso un’altra riva, cambiar l’indirizzo civico, pronunciare una parola diversa è ciò che la gente teme di più: perché, a conti fatti, abbandonare la comodità per il rischio, la sicurezza per la precarietà, il posto fisso per un lavoro artigiano? “E se capitasse ciò che siam certi capiterà a chi abbandona la vecchia per la nuova?” avrà borbottato il capociurma Pietro a quell’invito per la riva opposta. “Capitasse – si sarà sentito rinfacciare alla sua maniera bonaria da Cristo – ci sono pure io con voi, non siete soli!”.

Nemmeno il tempo di dirlo, eccoli i cavalloni alzarsi altissimi verso il Cielo: “Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena“. La tempesta è l’avversaria numero uno della barca, del pescatore: non per questo, però, si costruiranno barche per lasciarle nei moli, ad addormentarsi dentro un porto qualunque. I cavalloni s’alzano, la paura ringhia nei loro cuori, il cuore batte gagliardo addosso a Cristo. Che, raddoppio di tempesta, dorme: “Cristo se ne stava a poppa, sul cuscino, dormiva“. “Che grande menefreghista è il Dio cristiano” bofonchiò il lurido maiale di Lucifero a Pietro e alla cooperativa di soci. Negligente, oppure Dio d’altissima premura: la poppa, quando la nave è in fase d’affondamento, è la prima ad inabissarsi. Cristo, dunque, il primo tra le vittime dell’eventuale naufragare della barchetta da pesca. La paura acceca, fa bestemmiare, rinfaccia a Cristo l’accusa di procurata morte: “Non t’importa che noi moriamo?. Glielo dice Pietro, prestanome degli altri cuori in allerta. In mare.

Lo chiamano, forse lo strattonano pure: Lui si desta. Si era addormentato per questo, forse? Ci sta: per vedere, nella tempesta, cos’avrebbero fatto, come avrebbero reagito, a quale divinità si sarebbero affidati. Si alza il Comandante e “il vento e il mare gli obbediscono” (cfr Mc 4,35-41). Gli importa eccome se la barca affonda, se l’uomo annega nella morte. La premura, però, non gli impedisce di insegnare loro a navigare su mari agitati, ad attraversare cuori in tempesta, a carezzare l’onda improvvisa. “Vieni qui, Pietro – m’immagino la scena appena toccata la riva –rubens. Il fatto è che tu vorresti che ti risparmiassi le tempeste, io invece ti voglio insegnar l’amore dentro le tempeste. Capisci, adesso, perché t’ho spinto dall’altra parte, quella che non era la tua parte? Che, t’avviso: non sarà mai la tua parte”. Temo d’indovinare il volto di Pietro: per discendenza porto i medesimi lineamenti nelle fasi di burrasca: “Diommio, ma perché sempre e soltanto su mari agitati mi porti a navigare? Un po’ di certezza, mai?” Dio menefreghista, guerrafondaio, geloso degli amici? Io e Pietro siamo perpetue vittime della disperazione di Satàn, non vogliamo capire il fatto serio d’amore: “Vi porto là, perché là i vostri nemici non sanno nuotare”. E noi, nella tempesta, ancora a pensare che Dio ci voglia morti.

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