Se la sussidiarietà fa bene (anche) alla sanità

- Carlo Zocchetti

Nell’ambito della riforma del sistema sanitario lombardo, alla luce dell’esperienza fatta durante la pandemia, appare sempre più chiaro che solo una sanità sussidiaria può portare cambiamenti significativi

carlo la vecchia
Immagine di repertorio (LaPresse)

Più di una volta, parlando da queste colonne di sanità (ed in particolare di quella lombarda), abbiamo sottolineato l’importanza della adozione di un approccio sussidiario nell’affronto del tema salute, approccio che vediamo emergere con fatica (ma sarebbe più realistico dire che non vediamo emergere) nelle iniziative nazionali non solo in tema di contrasto alla pandemia in corso ma anche nelle innovative opportunità che ci vengono offerte dalle politiche europee (leggi: PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

Forse che sussidiarietà non rima bene con sanità? Forse che le tematiche sussidiarie mal si sposano con le complesse necessità del mondo sanitario, socio-sanitario e sociale? Proviamo ad accettare la sfida di tentare di rispondere a queste domande, anche sull’abbrivio della appena iniziata discussione attorno alle linee di sviluppo con cui la Giunta Regionale lombarda ha deciso di approcciare la modifica del proprio sistema sanitario (riforma della legge 23/2015).

Come dovrebbe essere noto a tutti il sistema sanitario nazionale (lo chiamiamo sanitario per brevità di dizione, ma deve essere inteso in senso lato: sanitario, socio-sanitario, e per alcuni aspetti anche sociale) si fonda sui cosiddetti LEA, Livelli Essenziali di Assistenza, cioè quel livello di diritti (di servizi, prestazioni, …) che deve essere garantito a tutti allo stesso modo in tutto il paese, a prescindere dal territorio dove si vive e dalla condizione sociale. Non andiamo adesso a vedere se ciò avviene in realtà (e sappiamo che non è così) ed accontentiamoci almeno della teoria, e prendiamo atto anche del fatto che ad oggi non siano ancora stati approvati gli analoghi livelli essenziali per il contesto sociosanitario e sociale: non è a questo livello che si può parlare di sussidiarietà. Ai LEA, se c’è la disponibilità di risorse proprie, le singole Regioni possono aggiungere dei cosiddetti “livelli ulteriori o aggiuntivi”: è una opzione possibile, ma ancora non è a questo livello che si può pensare ad un intervento sussidiario rilevante.

Di approccio statalistico (centralistico) hanno parlato alcuni osservatori in relazione alla gestione della pandemia in corso: è una critica che condividiamo, anche se la particolarità del contesto e la auspicabile non ripetibilità dell’evento pandemico suggeriscono che questa non sia la situazione ideale in cui parlare esemplificativamente di sussidiarietà.

L’occasione della riforma sanitaria lombarda (modifica della legge regionale 23/2015) ci sembra invece un contesto particolarmente appropriato per approfondire l’argomento, sia perché la Lombardia è certamente la regione che più di altre ha sviluppato un approccio sussidiario in termini generali applicandolo a vari settori sia produttivi che nella erogazione dei servizi, sia perché (sempre la Lombardia) ha offerto prove ed esempi di sussidiarietà proprio nello specifico della erogazione dei servizi sanitari e sociosanitari.

L’approccio sussidiario è particolarmente adatto nella organizzazione, erogazione e gestione dei servizi sanitari e sociosanitari (oltre che sociali). Ad esempio, può trovare facile applicazione nella costruzione di reti di prossimità aiutando ad individuare esperienze (e competenze) distribuite sul territorio che possono essere valorizzate e proficuamente usate per la cura a domicilio del paziente fragile. Sempre ad esclusivo titolo di esempio, la Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) può essere erogata in forme e modalità che si caratterizzano localmente, sfruttando le diverse opportunità esistenti nei singoli territori.

La scelta sussidiaria è capace di coinvolgere nei servizi sanitari e sociosanitari il volontariato, di cui una regione come la Lombardia è particolarmente ricca ed ha dimostrato di saper intervenire in situazioni diverse anche complesse. Certo servirà far crescere competenze formali e non affidarsi solo alla buona volontà ed al buon cuore (cioè alla gratuità del servizio erogato), ma si parte da una larga base di disponibilità.

Ulteriori esempi di sussidiarietà sanitaria e sociosanitaria sono le collaborazioni con il privato profit e non profit attraverso il percorso dell’accreditamento istituzionale, della parità di trattamento (esempio: uguali tariffe per le prestazioni erogate), e del controllo, tra erogatori pubblici e privati. E la lista delle opportunità potrebbe continuare a lungo: è sufficiente allargare lo sguardo ai tanti bisogni di natura sanitaria, sociosanitaria, e sociale che fasce diverse di popolazione (giovani, anziani, disabili, fragili, malati, …) ci propongono quotidianamente.

Non sono le occasioni che indirizzano verso la applicazione di un approccio sussidiario che mancano: spesso mancano invece gli strumenti legislativi (normativi) che permettano di individuare ed implementare soluzioni sussidiarie. Ma è proprio in questa direzione che abbiamo richiamato le due immediate opportunità che ci si stanno presentando: la costruzione delle modifiche da apportare alla legge 23/2015 lombarda e la realizzazione del PNRR offrono la possibilità di introdurre aspetti normativi favorevoli alla adozione di interventi sussidiari.

Possiamo avere molte perplessità (e noi le abbiamo e le abbiamo anche già espresse su queste colonne) sulla adeguatezza delle soluzioni sanitarie e sociosanitarie contenute nel PNRR, ma è assolutamente certo che tali soluzioni (esempio: case della comunità, centrali operative territoriali, …) possono essere implementate per aumentare il centralismo o per favorire la sussidiarietà. Per parte nostra, anche con esempi concreti, abbiamo indicato la strada da seguire e quella da evitare.

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