Le analisi che dimenticano i giovani

- Fernando De Haro

Ora che l’inizio della fine della pandemia appare vicino ci si fanno tante domande sul presente e sul futuro dei giovani

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LaPresse

Ora che l’inizio della fine della pandemia appare vicino, si presenta una domanda ossessiva: è possibile che i giovani che hanno vissuto questa piaga, la generazione Z (da 17 a 25 anni), finiranno per vivere peggio della generazione dei loro genitori? La domanda è accompagnata da uno strano scandalo, dalla sorpresa perché il progresso di fatto non è garantito. Malgrado le ostinate lezioni della storia, continuiamo a pensare basandoci su un ottimismo determinista. Per questo ci scandalizza così tanto il fatto che il domani reale sia lontano da quel salto in avanti che presupponiamo esserci per ogni nuova generazione.

La pandemia ci ha mostrato che l’Europa, forse tutto il pianeta, non è un mondo per vecchi. La devastazione del virus nelle residenze degli anziani ne è stata la peggior prova. Tuttavia, l’Europa, specialmente quella del Sud, non è nemmeno un mondo per giovani. In Spagna, Italia e Grecia il tasso di disoccupazione giovanile è al di sopra del 30% e molti di coloro che hanno un contratto lo hanno precario. Siamo usciti dall’ultima crisi con un calo della qualità del lavoro per chi inizia la vita professionale. È molto importante com’è cambiata la minaccia della povertà: fino a dieci anni fa, i pensionati erano il gruppo che era più in pericolo, ora lo è quello di coloro che hanno tra 20 e 29 anni. Qualcosa non funziona quando, spesso, la retribuzione dei pensionati supera quella di chi lavora. Le famiglie dei giovani sono le più povere.

C’era già qualcosa che non funzionava nel sistema educativo, nella politica abitativa, in una regolamentazione del mercato del lavoro troppo ancorata ai vecchi schemi ideologici della socialdemocrazia e del liberismo, o della socialdemocrazia liberale. Tuttavia, né prima né ora, era ed è un problema solo politico. Lo hanno reso evidente le migliaia di interviste fatte da cinque grandi quotidiani ai giovani di Spagna, Regno Unito, Francia, Germania e Italia. Il lavoro, intitolato “A sacrificed generation” (Una generazione sacrificata), mostra gli effetti della pandemia: l’ansia per il futuro è salita alle stelle, è aumentato il tasso di giovani adulti a rischio di depressione (64%) e c’è un crollo della fiducia nelle istituzioni pubbliche, non così nella famiglia.

Tutto questo era già lì prima dell’arrivo del virus, indicano alcuni degli esperti che hanno analizzato le risposte. Sono apparse le mancanze di una società nella quale era imperante l’individualismo e molte reti di relazioni erano state distrutte. Sono apparsi i limiti di un sistema di insegnamento nel quale i giovani erano raggruppati in aule come se la relazione tra di loro e, soprattutto, la relazione con l’educatore fossero una mera questione logistica: un modo di gestire unità didattiche. È apparsa la falsa credenza che attribuiva l’identità dei giovani a un codice iscritto nei loro geni, nel loro sesso, nella tradizione a cui appartenevano e abbiamo visto fino a che punto questa identità si costruisce attraverso le relazioni.

L’errore è perciò pensare che tutto quello che abbiamo vissuto sia stata una perdita di tempo. Massimiliano Mascherini, capo Unità di ricerca per le politiche sociali di Eurofound, è convinto che la cosa peggiore per i giovani sia stata passare quasi un anno e mezzo della loro vita in un totale isolamento “senza accrescere il proprio capitale umano”: una perdita irreparabile. Ci sono poche frasi che documentano meglio un modo vecchio di affrontare i nuovi problemi. È chiaro che i giovani hanno perduto un anno di apprendimento professionale, in molti casi due corsi di insegnamento regolare. Tuttavia, che tipo di rigidità mentale è quella che porta a pensare che tutte le esperienze di vertigine davanti alla sofferenza e alla morte, alla solitudine, al bisogno, alla vulnerabilità, al desiderio di significato che hanno vissuto non abbiano valore? Hanno senza dubbio un valore esistenziale, ma anche un valore per lo sviluppo di soggetti capaci di capire il mondo, di lavorare con gli altri, di creare, di innovare. Recuperare un anno e mezzo è difficile, ma è una stupidità totale, che riguarda gli adulti e non i giovani, pensare a quel che abbiamo vissuto dal marzo 2020 come un mancato contributo al “capitale umano”.

Il nostro non è neppure un mondo per giovani, ma non è solo una questione politica. O forse sì, perché, come si diceva una volta, la prima politica è la vita.

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