La (nuova) sanità lombarda ha bisogno di “uomini”

- Carlo Zocchetti

Inizia a prendere forma la sanità lombarda targata Letizia Moratti. Bisognerà però evitare di commettere un errore sulla figura dei direttori di distretto

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La sede della Regione Lombardia (Foto LaPresse)

Prima con le “Linee di sviluppo dell’assetto del sistema socio sanitario lombardo” (DGR 4811 del 31/05/2021) e adesso con la proposta di progetto di legge “Modifiche al titolo I e al titolo VII della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 33” (DGR 5068 del 22/07/2021) inizia a prendere forma la sanità lombarda targata Letizia Moratti.

Per certi aspetti giustamente Sergio Harari su Il Corriere della Sera di giovedì 29 luglio u.s. nella rubrica “Pillole di salute” osservava la scarsità di dibattito che sta accompagnando la revisione della legge Maroni, ma siccome adesso la palla passa alla politica attraverso la discussione che avverrà in Consiglio Regionale ci sarà modo di parlarne con calma, considerato anche il periodo di vacanze che presumibilmente molti sperano di attraversare senza l’eccessivo assillo della pandemia, e ampiamente dopo la sosta estiva.

Due sono i paletti attorno ai quali la Giunta regionale ha ritenuto di costruire l’aggiornamento della legge lombarda: da una parte il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), dall’altra l’accettazione incondizionata delle critiche (e delle relative prescrizioni) proposte da Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) alla riforma Maroni. Ce n’era bisogno?

Che la legge regionale n. 23/2015 (riforma Maroni, appunto) fosse una legge sperimentale della durata di cinque anni, e che come tale al termine della sperimentazione fosse da valutare ed eventualmente da aggiornare è un dato di fatto: c’era quindi sicuramente bisogno di un intervento della Giunta (si può eventualmente discutere sulle modalità scelte per tale intervento, ma essendo la questione più politica che altro la lasciamo a chi se ne occupa di mestiere).

C’era bisogno di prendere come riferimento il Pnrr? Anche qui la risposta viene facile: il Pnrr vuol dire risorse (non tante, a essere sinceri, ma comunque perché non approfittarne?), nuove iniziative (case e ospedali di comunità, o come si chiameranno in Lombardia), tecnologia e innovazione (telemedicina, telemonitoraggio, maggiore informatizzazione, ecc.), accento sulla medicina del territorio e spinta alla integrazione con la socio-sanità (e anche con il sociale), tutti aspetti che possono portare un sicuro beneficio ai cittadini e far fare alla sanità lombarda un passo in avanti verso un servizio più coerente con i bisogni (cronicità, ma non solo) e le necessità delle popolazioni di oggi. Ci aspettiamo però, ma per il momento facciamo fatica a vederne l’applicazione, un’interpretazione e una realizzazione “alla lombarda” degli istituti previsti dal Pnrr, valorizzando cioè le caratteristiche proprie del servizio sanitario di Regione Lombardia anziché importare costruzioni organizzative prodotte da altri contesti.

C’era bisogno di accettare incondizionatamente le critiche e, soprattutto, le prescrizioni formulate da Agenas? Delle critiche è sempre opportuno prendere buona nota e farle oggetto di seria riflessione, ma sulla accettazione “tout court” delle prescrizioni formulate da Agenas ci permettiamo di dissentire fermamente, sia perché non ci risulta l’esistenza di qualsiasi disposizione o atto amministrativo secondo il quale un Ente tecnico come Agenas (per quanto agente per conto del ministero della Salute) possa imporre prescrizioni a qualsiasi Giunta regionale (ma qui lasciamo la mano a chi di competenza), sia perché le prescrizioni non ci sembrano del tutto allineate con le caratteristiche proprie del Servizio sanitario lombardo (e anche di questo avremo modo di riparlare).

Ciò premesso, e nelle more della discussione che se, da una parte, è già iniziata da tempo sul territorio (almeno stando a ciò che ha affermato su Il Corriere della Sera di sabato 31 luglio il presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Lombardia, Emanuele Monti, rispondendo alla sollecitazione di Harari) ma che, d’altra parte, troverà la sua corretta collocazione in Consiglio Regionale dove produrrà le decisioni definitive, ci permettiamo, prendendo spunto dalla figura del direttore di distretto, figura che oggi non è presente nell’organizzazione della sanità lombarda ma che viene introdotta con l’attuale proposta di legge, di mettere l’accento su una questione sostanziale.

Il progetto di aggiornamento della riforma Maroni, su esplicita prescrizione di Agenas, attribuisce un ruolo fondamentale al distretto sanitario, ruolo che oggi in Lombardia appunto non è previsto, e ne definisce le caratteristiche del direttore. Il numero di distretti ipotizzati arriva a poco meno di un centinaio e pertanto serviranno altrettanti direttori. A prescindere da chi materialmente potrà svolgere questa funzione (e qualche iniziale requisito è già fornito nella recente delibera della Giunta), i punti di domanda e le sfide che ci si pongono sono presto dette: che competenze deve avere questa figura? Dove si sarà costruita la sua preparazione? Che percorso formativo sarà necessario per lei?

A oggi il personale dirigente del servizio sanitario lombardo si è preparato per svolgere altri compiti: dove le troviamo queste nuove figure? Le prendiamo in quelle regioni che da tempo hanno scelto la struttura distrettuale come cardine della propria organizzazione territoriale e le importiamo come si fa con il calcio (con il rischio che si perdano le peculiarità del sistema lombardo) o le formiamo in loco?

L’amministrazione Formigoni si trovò ad affrontare la stessa grande sfida quando varò la famosa legge 31 del 1997, e avendo capito che una nuova organizzazione sanitaria può stare in piedi e camminare solo se si regge su “uomini” (ce lo permetteranno i sostenitori del Ddl Zan?) e “figure dirigenziali” nuove provvide innanzitutto a costruire un percorso di formazione della dirigenza apicale, attraverso non solo l’organizzazione di una scuola di alta formazione ma anche dando corpo a un’attività di formazione continua della dirigenza. Senza professionisti cambiati, infatti, il cambiamento del servizio non avviene.

E considerato come si ipotizza che sarà la sanità di domani, sarebbe un grave errore e una pretesa inaccettabile prevedere una nuova organizzazione a prescindere dalle figure professionali che la dovranno guidare e far funzionare. È il tema generale della formazione e di un’adeguata costruzione di nuove figure di professionisti, che non interessa solo i direttori di distretto ma riguarda, ad esempio, tutti i ruoli (almeno) dirigenziali di quello che si chiama polo (o rete) territoriale (e dei suoi nuovi istituti: case di comunità, centri operativi territoriali, ecc.), a partire dal suo dirigente in capo (il direttore socio-sanitario). Si tratta di una formazione e di una profilazione che dovrà implicare il coinvolgimento diretto delle facoltà universitarie sin dall’inizio del percorso formativo arrivando anche a definire nuovi indirizzi nelle scuole di specializzazione.

Occorrono sia iniziative a breve (ad esempio, utilizzando PoliS Lombardia, presso cui è istituita l’Accademia di formazione) che, soprattutto, a lungo termine (per i dirigenti di domani), pertanto è necessario che si cominci da subito a fare proposte esplicite e adeguate.

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