Aumento bollette di luce e gas: alcune risposte (non scontate)

- Pietro De Ponti

Cosa c’è dietro l’impennata delle bollette di gas e luce elettrica? Una problematica globale a cui mancano risposte precise

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Bolletta

Nelle ultime due settimane si è acceso il dibattito sull’aumento del prezzo dell’energia a partire dal prossimo mese. A pochi giorni dall’inizio di ottobre, cerchiamo di mettere ordine e offrire qualche spunto di riflessione.

Il primo ottobre inizia il cosiddetto “anno termico”, in corrispondenza del quale vengono definite le condizioni per la fornitura industriale dell’energia da parte dell’Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente (ARERA). Gli aumenti delle tariffe previsti sono a dir poco considerevoli (le stime parlano del 30-40% per l’elettricità e del 20-30% per il gas), ma sono solo l’ultimo capitolo di una storia che prosegue da mesi. Le variazioni dei prezzi trimestrali di gas ed elettricità sono positive senza soluzione di continuità dal quarto trimestre 2020 e, solo tra luglio e settembre, le bollette hanno visto incrementi rispettivamente del 15.3% e del 9.9%. La situazione, peraltro, sarebbe stata ancor più critica se il Governo non fosse intervenuto, riducendo la raccolta degli oneri generali di sistema e alleggerendo l’aumento delle bollette.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e di portata internazionale. Dopo un 2020 chiuso con calo significativo rispetto al 2019 (-5.3% in Italia), la domanda di energia elettrica ha ripreso vigore fin da gennaio: a fare da traino sono stati soprattutto la ripresa delle attività economiche e l’aumento dei consumi domestici (a loro volta dovuti al diffuso utilizzo dello smart working e a stagioni invernali ed estive particolarmente severe dal punto di vista climatico).

Dal lato dell’offerta, però, sono emerse importanti criticità. Esse riguardano in modo particolare l’approvvigionamento di gas naturale, input fondamentale per le centrali termoelettriche europee ed italiane (si stima che più di metà dell’elettricità di produzione italiana provenga da impianti alimentati a metano). La Russia, principale fornitore di gas, ha subito la pressione non solo della domanda europea, ma soprattutto di quella asiatica, spinta dal rimbalzo della produzione industriale (la Cina ha da poco superato il Giappone in testa alla classifica di principale importatore di gas naturale al mondo). D’altra parte, il Cremlino stesso ha avuto interesse a limitare le esportazioni verso l’Europa, utilizzandole come arma negoziale nelle trattative per l’attivazione del discusso gasdotto Nord Stream 2. Le riserve europee sono agli sgoccioli ed è realistico che, con l’arrivo delle stagioni fredde, ciò si traduca in un’ulteriore crescita della domanda e nel conseguente aumento dei prezzi: considerando che, tra gennaio e settembre, il prezzo del gas naturale in Europa è cresciuto già del 170% (da 18.8 a 52.1 €/MWh), l’orizzonte non è roseo.

In questo contesto, un elemento di problematicità ulteriore e di particolare interesse riguarda l’emission trading scheme (ETS), il meccanismo europeo di “limitazione e scambio” delle quote di emissioni di anidride carbonica: fissato un tetto massimo annuo per le emissioni di gas serra, gli impianti che rientrano nel sistema acquistano o ricevono quote di emissioni, che possono scambiarsi su un vero e proprio mercato per le quote di CO2. Dall’inizio dell’anno, il prezzo di una quota di emissioni pari a una tonnellata di gas serra è cresciuto di più del 70%, raggiungendo picchi record a inizio settembre 2021. Una delle industrie maggiormente toccate dall’ETS è proprio quella della produzione di energia, con un potenziale doppio effetto negativo: da un lato, l’aumento diretto dei costi di produzione dovuti alle quote di emissioni sempre più onerose; dall’altro, l’aumento della domanda di input meno inquinanti del petrolio quali, ad esempio, il gas naturale, che va indirettamente ad alimentare la dinamica precedentemente illustrata. In entrambi i casi, i costi aggiuntivi sono distribuiti su tutta la filiera, inclusi i consumatori finali (per un ammontare pari a circa il 20% dell’importo delle bollette).

Sebbene abbia indubitabilmente contribuito alla riduzione delle emissioni in Unione Europea (giocoforza, verrebbe da dire, essendo il tetto massimo annuo decrescente di anno in anno), l’ETS rimane uno strumento dibattuto: non vi è, infatti, univocità di opinioni riguardo, ad esempio, la sua efficacia nel favorire l’innovazione ambientale o nell’influenzare le decisioni degli operatori che investono in imprese soggette alle limitazioni. Le ricadute dell’aumento del costo delle emissioni sul prezzo dell’energia sono, dunque, un ulteriore punto critico. In questo contesto, la centralità dell’ETS all’interno del pacchetto “Fit for 55”, presentato a luglio dalla Commissione Europea, desta non pochi interrogativi.

Alcuni degli effetti dell’impennata dei prezzi dell’energia sono già noti, mentre molti altri rimangono ambigui, soprattutto quelli di medio-lungo periodo. Tra le molte incertezze, alcune considerazioni. Da un lato, sebbene innegabilmente auspicabili nell’immediato, non è immaginabile che gli interventi da parte dei governi nazionali volti a sterilizzare l’impennata delle bollette diventino prassi. Dall’altro, pur condividendo il tentativo europeo di guidare il processo di transizione ecologica, il rischio di perdere di vista la dimensione socio-economica è dietro l’angolo.

In conclusione, ben venga una politica energetica comunitaria orientata a stimolare l’innovazione verde; allo stesso tempo, tuttavia, è necessario garantire l’adeguata protezione ai Paesi europei contro un utilizzo strumentale delle forniture energetiche da parte dei Paesi fornitori e contro la concorrenza delle industrie extra-europee non soggette alle severe limitazioni ambientali dell’UE.

Strumenti quali il “meccanismo di adeguamento delle emissioni importate” noto come CBAM sembrano, almeno idealmente, andare in questa direzione. Da ultimo, quanto accaduto nelle ultime settimane dimostra l’assoluta necessità di meccanismi di governance all’altezza della situazione: fissare obiettivi, anche idealmente condivisibili, senza governare i processi necessari alla loro realizzazione (inclusi gli aspetti comunicativi e di gestione delle situazioni critiche) non sarà sufficiente a vincere la sfida della transizione. Il Vertice di Roma del G20 di fine ottobre e la Conferenza dell’ONU sul cambiamento climatico di novembre (i cui eventi preparatori si terranno a Milano) sono i banchi di prova in arrivo.

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